Testo

Vu cumpra’ un’adozione a distanza?

Giovani, dialogo diretto e fundraising commercialeFrancesco Fortinguerra (che ringrazio) mi ha fatto scoprire, attraverso una segnalazione su Facebook, questo articolo di cronaca sul quale credo sia necessario dire qualcosa.

E dirlo fuori dai denti e in modo politicamente scorretto.

L’articolo è apparso su La Repubblica, edizione di Milano, del 19 dicembre 2011 e lo si può leggere qui.

Si tratta della storia di uno dei tanti precari ingaggiati da società di marketing (spesso tramite agenzie interinali) oppure, in alcuni casi, arruolati anche direttamente da alcune organizzazioni non profit per “vendere” (ma che ce le metto a fare le virgolette!?) adozioni a distanza, donazioni pianificate e quant’altro ci si riesce ad inventare per “agguantare la preda” e “vendergli una adozione”.

Vi invito a leggerla questa storia. Il caso trattato riguarda la Ong World Vision e la sua campagna di adozioni gestita da una grande multinazionale del field marketing. È una storia raccontata dal punto di vista di un giovane che cerca lavoro dequalificato pur avendo qualifiche da spendere meglio. Non parla della ONG, della sua causa e dei suoi progetti. Ma credo che tra le righe si possa leggere molto della filosofia di fund raising che alcune organizzazioni con una cultura commerciale un po’ spinta stanno adottando in modo massiccio.

Giovani precari e dialogo diretto

Io nella mia esperienza di cittadino comune ho avuto modo di incontrare casi analoghi facenti riferimento a Greenpeace, Save the Children, UNHCR e una Fondazione che si occupa di bambini in Italia di cui non ricordo bene il nome.

In un caso sono stato abbordato con una frase del tipo: “Che c’hai un euro per Greenpeace?”.

In un altro caso sono stato pedinato da due ragazze che “vendevano” adesioni per Save the Children e che molto simpaticamente (lo dico sul serio) mi hanno chiesto “ma non ti sei fermato perché ti abbiamo fatto paura?”. Poi visto che mi ero fermato davanti alla vetrina di un’agenzia immobiliare, mi hanno avvicinato nuovamente dicendomi “ma lo sai che noi qui dentro conosciamo qualcuno? Se ti serve una mano posso presentarti a loro”. Erano molto “fighette”, simpatiche, anche carine. Diciamo che hanno scelto uno stile tra “l’acchiappesco” (come direbbe il grande Gigi Proietti impersonando il cantante da night), l’amichevole e il casinista. Uno stile sicuramente non professionale!

In un altro caso, mi sono venuti a casa (prima UNHCR e poi Save the Children). Non sono stati invasivi, grazie al cielo, come i precedenti, ma hanno cominciato a farmi una mezza filippica sulle condizioni di vita dei bambini africani piuttosto che dei rifugiati presupponendo che fossi un insensibile alle cause (almeno potevano leggere la targhetta della porta che dice che mi occupo di fund raising!). Una ramanzina di un semplicismo disarmante e per giunta fatta, senza rendersene conto in quanto non erano assolutamente interessati ad ascoltare e a dialogare con me, ad una persona che ne sapeva molto più di loro in materia. Se non avessi conosciuto per fatti miei quelle organizzazioni, giuro che ne avrei avuto un’opinione pessima.

Questo lo dico per far notare che il fenomeno di un fund raising commerciale unitamente al dramma della dequalificazione del lavoro dei giovani coinvolti in queste campagne non è poi così sporadico.

Fundraising e logica commerciale

Ma il vero punto è che La Repubblica ci ha fatto un bel pezzo su. Il titolo è “Le mie tre giornate da precario a vendere beneficenza in strada. Il cronista “assunto” da un’agenzia interinale che lavora per una grande onlus umanitaria. Per lui un contratto-beffa da 320 euro al mese. Così si vendono le adozioni a distanza”.

Ora qualche milione di lettori giustamente si sta facendo un’idea abbastanza circostanziata di quali siano le caratteristiche del “circo” o del “supermercato” del fund raising in questo tempo di crisi. Vendere a buon mercato, acchiappare a tutti i costi, colpire con bambini che fanno tanto la lacrimuccia facile, puntare sul senso di colpa o sul fatto che la cosa va di moda… Ma forse sarebbe meglio comunicargli la mission dell’organizzazione? Per l’amor di Dio! E a che serve? Oppure cercare di dialogare con lui e quindi trattarlo come donatore, come interlocutore? Santo cielo, no! E quante adozioni potrai fare al giorno se devo dare spago al passante! Bisogna farne almeno 5 al giorno, altrimenti: niente paga!

Certamente ogni organizzazione non profit che ho citato potrebbe tranquillamente dimostrarmi che ha una policy rigidissima sia nei confronti dei lavoratori sia nei confronti dei donatori. E io ci credo. Ma non voglio soffermarmi sul dettaglio. Sono il sistema e la strategia che mi preoccupano.

Voglio dire che di questo passo il fund raising, la sua portata sociale e politica che in qualche modo, proprio in tempo di crisi, potrebbe essere rivoluzionaria, non può che svilirsi e la sua immagine non può che diventare negativa. E a pagarne le conseguenze saranno tutte le organizzazioni che fanno fund raising, anche in modo diverso dai fatti citati in questo articolo.

Credo che vada posto un freno. Non alla tecnica che sicuramente può produrre risultati, ma alla modalità della sua attuazione.
Credo che sia necessario recuperare una natura sociale, politica, umana del fund raising abbandonando questo approccio di vendita a tutti i costi che per quanto giustificata dalle necessità finanziarie delle organizzazioni, offende l’intelligenza dei donatori migliori. Usando questi modi, si faranno anche 5 adozioni a distanza al giorno per una organizzazione. Contemporaneamente, però, si invitano migliaia di persone ad avere meno fiducia nel fund raising e nelle organizzazioni non profit e quindi a fuggire dalla cultura della donazione.

Se non facciamo qualcosa per arginare questo andazzo corriamo un rischio enorme e lo corriamo tutti, non solo l’organizzazione che incorre in questi errori marchiani. Forse questo è un tema sul quale l’associazione dei fundraiser potrebbe fare qualcosa.

Commenti

Simone Apollo
Pubblicato il
gen 04, 2012
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Simone - Baleia

Massimo, hai pubblicato l’articolo che fa luce su quello che molti di noi pensano. Illuminante e pungente, come sempre! Grazie.

A parte il discorso “tecnico” sulla migliore strategia di fundraising per le organizzazioni che utilizzano il dialogo diretto in modo massiccio (è giusto o controproducente applicare le logiche più commerciali e fare leva sul senso di colpa per trovare un donatore? Io la penso come te… non credo sia il modo migliore), la cosa che mi ha sempre disgustato è un’altra.

Come possono organizzazioni che professano valori di solidarietà internazionale, uguaglianza dei diritti, tutela dei più deboli e difesa degli indifesi sfruttare la manodopera sottopagata dei giovani nelle nostre città?

Dal mio punto di vista chi raccoglie fondi per la formazione dei giovani in Africa e allo stesso tempo paga una miseria un giovane in Italia costringendolo al precariato non merita eccessivo rispetto. Mi sembra un controsenso su cui bisognerebbe stimolare una riflessione importante.

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gen 04, 2012
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Paolo

Massimo, le ragazze venditrici Unhcr sono venute anche a casa mia, sono state un’ora a parlare con me e ne è uscita fuori una storia molto triste che neanche ai tempi delle enciclopedie Curcio porta a porta accadeva. Sono sottopagate, sfruttate e cosa ancora più pericolosa convinte che la raccolta fondi sia un’attività da agente di vendita. Bisognerebbe fermare questo fenomeno, scrivere alle grandi onlus, smuovere i media altrimenti non ne usciamo più. Il lavoro, le finalità e l’etica del fund raising rischiano di essere fraintese dalla maggior parte della società.

Pubblicato il
gen 05, 2012
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francesco

Io non credo tanto che sia l’Assif che debba intervenire in questo caso, credo che questi articoli sui giornali, unitamente ad altre inchieste pubblicate online (vedi questa http://milano.repubblica.it/cronaca/2011/12/02/news/truffa_da_9_milioni_di_euro_sui_fondi_per_bimbi_di_haiti_preso_un_manager-25963821/), gettano un ombra sul lavoro di tutte le onp e di tutti i fundraiser. Se le grandi onp facessero insieme qualcosa per autoregolamentarsi insieme, allo stesso modo con cui si sono prodigate per gli sconti postali per il mailing forse ne guadagnerebbe tutto il fundraising.

Massimo Coen Cagli
Pubblicato il
gen 05, 2012
Pubblicato da
Massimo Coen Cagli

Cari amici, aggiungo a questa discussione interventi di Francesco Quistelli e Rita Rossi che sono stati fatti sulla pagina facebook di FUNDRAISERs d’Italia in modo che se ne possa tenere conto in questo blog.

Li ringrazio per la loro opinione.

Francesco Quistelli
Ciao Massimo, avevo scritto dell’argomento qui:
IL DIALOGATORE E IL FUNDRAISING DI STRADA
IL DIALOGATORE e il fundraising da strada

La responsabilità di chi dialoga con i donatori deve essere assunta dalle organizzazioni, a mio parere, con verifiche e controlli costanti sulle agenzie e sui dialogatori stessi. COOPI svolge questa attività “in house” selezionando e formando direttamente i dialogatori, è molto più complesso da gestire rispetto ad una agenzia esterna, ma molto più “sicuro”.

Rita Rossi
Conosco molto bene l’attività di f2f, coordino questo tipo di programma da molto tempo per Save the Children. Purtroppo, il giornalista dell’autorevole testata ha volutamente tralasciato l’intero contributo che mi aveva richiesto, volendo rimarcare solo l’episodio negativo in cui era incappato. Ovviamente il mondo del face to face e anche delle agenzie erogatrici di servizi f2f è molto più variegato, le agenzie che utilizziamo noi come associazioni non utilizzano queste metodologie di sfruttamento lavorativo e i ragazzi vengono formati all’ascolto del donatore. Come giustamente rimarcato da Francesco Quistelli, utilizzare le agenzie esterne può essere un rischio per l’immagine dell’associazione e per la qualità del lavoro per questo l’attività va seguita con molta attenzione e i dialogatori vanno formati anche dall’associazione committente. Quello che vorrei sottolineare è che il face to face può essere un canale fortemente efficace per una rapida e consolidata crescita dell’associazione, non va denigrato, ma si deve riflettere su quelli che sono i punti di forza del programma.

Scusate se mi dilungo ancora, è stato creato un documento di buone prassi dalle associazioni che utilizzano il f2f e dalle principali agenzie erogatrici del servizio (lo trovate sui siti di Save the Children, MSF, Greenpeace, ecc….), il documento purtroppo non ha valore legale, ma è un primo strumento di trasparenza nei confronti del donatore e di tutela nei riguardi delle associazioni e della professione. Sottolineo la creazione di questo documento per ricordare che, la volontà di mettere un freno alle pratiche di vendita aggressive, inefficaci in ambito no profit, è interesse da parte di tutti gli attori del settore.

Pubblicato il
gen 05, 2012
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francesco

giusto quello che dicono francesco e rita, ma allora per colpa di pochi (in questo caso pare una onp o una agenzia) la figuraccia, davanti all’opinione pubblica, la fa secondo me l’intero comparto che magari non ne ha colpa.

Anna Fabbricotti
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gen 05, 2012
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Anna

Scusate, intervengo anche io nella discussione, non per partigianeria con Massimo, ma perchè posso anche capire il punto di vista di Rita e Francesco, ma a parte il fatto che, come ha ben sottolineato Francesco (non Quistelli, l’altro!), quell’articolo scredita cmq tutto il sistema, la riflessione di Massimo credo fosse proprio sul f2f e non sul singolo metodo usato, che nella maggior parte delle Ong è sicuramente valido e corretto. Il punto è la credibilità di questa pratica, rispetto ai principi della donazione ed ai donatori stessi. Lo sappiamo tutti, il contatto diretto è il massimo, d’accordo, poter guardare in faccia il potenziale donatore, è un sogno! Ma questo contatto c’è davvero con dei giovani pagati per raccontarti storie di cui spesso non conoscono particolari? Io che sono più “cattiva” di Massimo, mi sono spesso fermata con i dialogatori facendo domande un pò più particolari sul tema che mi proponevano e non vi sto a raccontare le risposte esilaranti!! Insomma, il f2f credo sia valido, ed io così lo vedo, se dà un vero contatto con l’associazione!
Sapete?, il famoso banchetto con i volontari, quelli che la causa la sentono sulla pelle, che sanno trasmetterti informazioni e amore…mi sono spesso avvicinata anche a banchetti di volontari, di Green Peace, di Emergency o di tante altre OnP, in occasione di mercatini, o sagre…con che gioia li ho ascoltati, parlato con loro, e raramente ne ho trovati di impreparati o vaghi! I ragazzi di Green Peace del gruppo romano per esempio meritano una menzione speciale, sono incredibili, parli con loro e ti senti pronta a salire sul colosseo o imbarcarti sulla famosa Rainbow III all’istante!..e vi assicuro che hanno sempre folla intorno ai loro banchetti! D’accordo, è una questione di numeri, con i banchetti dei volontari non si può espandarsi tanto…ma il rapporto con il donatore braccato e placcato per strada è poi così buono? Si mantiene, cresce? ….. un buon inizio d’anno a tutti! Anna

Massimo Coen Cagli
Pubblicato il
gen 06, 2012
Pubblicato da
Massimo Coen Cagli

Ringrazio tutti per i loro interventi. Tuttavia mi sembra che si rischi di essere un po’ semplicistici. Vado con ordine, chiedendo scusa per la lunghezza del post. Ma è necessario andare a fondo.

1 – L’articolo è un articolo di cronaca e niente più. Anche l’articolo richiamato da Francesco Santini è un articolo di cronaca che non mi sembra getti discredito sulle Onlus. Certo Repubblica non brilla per essere un giornale che esprime una opinione positiva sul non profit. Vorrei però far notare che è un po’ troppo facile criticare la cronaca che non ci piace e incensare quella che ci piace. Allora i giornali avrebbero fatto la cronaca sulle vicende dei nostri uomini politici solo per gettare discredito? In questo caso mi pare che la nostra opinione sulla cronaca era diversa…. Sta a noi capire come stanno le cose tenendo conto dei fatti. Che poi siano fatti minoritari rispetto alla grande maggioranza di organizzazioni che lavorano bene, non cambia il problema. E poi ricordatevi che c’è la mia testimonianza diretta, che certamente è la testimonianza di uno che quando vede un fundraiser il cuore gli palpita d’amore incondizionato, per evidenti ragioni. Per cui direi che dobbiamo prendere sul serio la cosa.

2. E la devono prendere sul serio anche le organizzazioni che fanno bene. Infatti per me il problema non è solo il malcostume di pochi, ma l’approccio al fund raising che oggi viene rappresentato dal lavoro dei dialogatori-lavoratori-giovani in cerca di lavoro. Su quello io ho dei dubbi. Non sulla legittimità, ma sul modo in cui si intrattiene il rapporto con il donatore e sul modo in cui si è in grado di comunicare la causa, i progetti, l’identità della organizzazione. E’ l’approccio che tecnicamente è proprio del commercio. Il Signor Procter&Gamble non andrà a parlare di se stesso ai consumatori dei suoi prodotti. Gli parlerà del prodotto. E questo può essere fatto da un buon venditore. Ma nel paradigma degli scambi commerciali questo va bene a tutti. Io sono un consumatore non un partner di Procter&Gamble! Possiamo fare la stessa cosa con una organizzazione non profit e un una adozione a distanza? L’adozione a distanza è un prodotto? Il mio spunto critico è sull’immagine che il fund raising tende ad assumere con la pratica del dialogatore fatta su criteri “commerciali”. E non solo sul singolo episodio che riguarda il precario. A me dell’articolo di Repubblica interessa il suo racconto sul metodo che gli viene insegnato e che lui dovrà attuare. La logica che c’è dietro ha qualcosa di molto pericoloso per il fund raising al di là della capacità di controllo di qualità da parte della organizzazione.

3. Per quello che sento io in giro l’opinione che la gente ha di questa pratica massiccia svolta presso i centri di grande passaggio e perfino a casa non è proprio positiva. E non perché pensino che ci sia un imbroglio. Sono convinto che hanno ancora stima verso il non profit. Ma questo tipo di approccio lascia un po’ l’amaro in bocca. Devo dire al contrario che le organizzazioni che dialogano con i passanti attraverso i loro volontari o i loro “militanti” non migliorano certo la performance ma appaiono molto più vere. Io personalmente preferirei vedere i cooperanti a fare questo lavoro ai banchetti, o i soci che si impegnano nelle sedi locali. Si tratta di comunicare una missione e un impegno civile e sociale. Non si tratta di vendere un prodotto! La mia sensazione è che i dialogatori debbano essere persone (volontarie o meno) dell’organizzazione. Che hanno deciso di essere “militanti” dell’organizzazione e non in primis lavoratori. Ma non abbiamo sempre detto che il fund raising è “Persone che chiedono a persone”?. Quando Rosso diceva questa cosa non pensava a dei venditori ma pensava a dei “militanti” delle cause sociali. E diceva che questi militanti sono dal presidente all’ultimo volontario. Io ho fatto il dialogatore per anni con il tribunale per i diritti del malato (anche se allora, 20 anni fa, non ci chiamavamo dialogatori) e ho tirato su parecchi donatori. Ma sono stato tra i fondatori dell’organizzazione e vi ho militato sia come volontario sia come professionista retribuito. Non ho mai avuto problemi.

4. Prendo atto (lo sapevo) che c’è una sorta di accordo sul metodo da utilizzare tra le grandi organizzazioni. Ma vi posso assicurare che questo metodo lo si vede poco quando si incontrano i dialogatori. Forse sarà perché la loro retribuzione è legata al numero di donazioni stipulate? Non so se per tutte le organizzazioni è così. Per alcune senza dubbio. In ogni caso queste linee guida e buone prassi sono del tutto sconosciute ai donatori. Se vogliamo utilizzare bene questo metodo dobbiamo comunicare molto della nostra qualità del lavoro ai donatori. Almeno questo. Cara Rita credimi: il fatto che ho raccontato sulle dialogatrici di Save the Children, è vero. Casomai lo ho un po’ alleggerito. A leggere le linee guida ho riscontrato almeno una decina di infrazioni… E siccome non mi piace essere generico, ti dico che ciò è successo nel mese di dicembre in via Leone IV a Roma. E qualcosa di simile mi è successo sempre con Save presso il supermercato Carrefour di piazzale degli Eroi. E lo stesso vale per gli altri racconti personali.

Per cui rilancio alcuni spunti che spero tralascino la critica sulla cronaca e vadano più onestamente al cuore del problema (se problema esiste…). Molti di questi emergono anche dall’ottimo post di Francesco Quistelli sul suo Blog per cui inviterei a leggerlo e a leggere gli allegati.

- Controllo di qualità più efficace sul lavoro dei dialogatori e sui provider del servizio
- Adesione alla causa dell’organizzazione per cui si fa il dialogatore come carta vincente. Prendere i dialogatori tra i volontari.
- Controllo pedissequo del trattamento retributivo dei dialogatori anche presso i fornitori di questi servizi. Divieto di usare i dialogatori a percentuale. Caspita!: ma abbiamo un minimo di consapevolezza circa il dramma del lavoro per i giovani in questi tempi? Non credo che su questo possiamo fare orecchio da mercante… Anche le non profit hanno una loro responsabilità sociale. Mica solo le aziende! Il fatto che racconta Paolo sulle dialogatrici di UNHCR mi preoccupa un po’.
- Ascoltare l’interlocutore. Se lo si va a trovare a casa, documentarsi su di lui e non andare a casaccio. Se non siamo documentati, facciamo raccontare da lui come la pensa. Senza credere che lo dobbiamo indottrinare. E se questo porta via del tempo: pazienza. Non avremo conquistato il donatore ma avremo comunicato bene l’organizzazione. Siamo persone che parlano a persone. Non aziende che vendono ai clienti.
- La pratica del dialogatore “commerciale” alla lunga logora il fund raising (si questa è solo una mia opinione, per carità) perché il prodotto conta più della relazione e della missione. Non è un caso che il 90% dei banchetti è incentrato sui bambini. Perché “tira sul mercato”. Il bambino diventa l’etichetta migliore. Che lo faccia Save the Children, mi sembra ovvio. Che lo facciano tutti, un po’ meno. Il senso di fastidio che viene espresso dall’opinione pubblica nei paesi dove si pratica il f2f da molti anni mi sembra vada preso sul serio.
- L’Associazione dei fundraiser deve avere un ruolo oppure no? Francesco Santini dice di no. Io penso però che l’Associazione deve avere a cuore l’immagine generale che viene prodotta sul fund raising. E vi assicuro che non è più un’immagine splendente come lo era qualche anno fa. E questo deve preoccupare la categoria, ma anche le organizzazioni non profit, che però non hanno una vera e grande organizzazione ombrello che si occupi della realtà dei rapporti con i donatori e gli altri stakeholders.

Chiedo scusa se uso un linguaggio crudo e fuori dai denti. Ma di questi tempi le discussioni in punta di forchetta tra noi fundraiser non ci aiutano a comprendere come cambia il mondo.

Pubblicato il
gen 07, 2012
Pubblicato da
Francesco Fortinguerra

Ritengo utile confrontarsi su un tema delicato come il face to face riflettendo su dati e conoscenza dell’attività. Lavoro in questo ambito da oltre 4 anni e ho fatto campagne per molte onp. Ho iniziato da dialogatore fino a fare il trainer sul f2f. E’ essenziale per noi che operiamo nel terzo settore-non profit avere un approccio positivo che ci porta alla disamina per apportare un confronto che costruisce concretamente azioni o comunque muovenendoci in questa direzione per una visione più completa dello stato e grado della realtà. Diventa difficile un serio confronto soltanto sul web.

Ho lavorato anche per World Vision, organizzazione e persone che stimo per l’apporto che danno nel migliore un pezzo di mondo e le condizioni di vita reali dei bambini come altre onp.

Conosciamo le condizioni di precarietà (legali) che sono presenti in tutti gli ambiti lavorativi…..

Ritengo il f2f molto qualificante: insegna a interagire meglio con la gente in tutti i contesti (differenti), diffonde i progetti e da visibilità, condivide valori e da nuovi sostenitori.

Quando si fa raccolta fondi si presenta l’organizzazione, la mission, vision insieme alle attività realizzate in relazione agli strumenti, modi, metodi e possibilità del momento.

Il Dialogo Diretto da l’opportunità a tutti i cittadini di approfondire una causa o comunque approcciarsi ad una organizzazione e per chi lo desidera diventarne sostenitore regolare.

L’approccio è del dialogatore che ti contatta nell’approcciarsi in quel momento con uno stile simpatico che tende alla rottura di ghiaccio e ad avere attenzione. Aggressività e piagnisteo non portano nessun frutto e lo si vede sul campo. Il dialogo e lo strumento che permette alle persone di essere più consapevoli (si auspica) della realtà in cui opera l’organizzazione e dare l’opportunità (per chi vuole) di partecipare a sostenere la causa.

Visto che si e già si parlato degli svantaggi vediamo i molteplici vantaggi:
1. il face to face funziona in termini di raccolta fondi rispetto a tutte le altre modalità che sono più costose e hanno bassi rendimenti;
2. coinvolge in maniera trasversale tutti cittadini e sensibilizza alla partecipazione attraverso l’incontro e il dialogo
3. Si acquisisce un nuovo sostenitore
4. Donazioni automatiche con durata a lungo termine fino a revoca
5. Il valore della donazione è più alto rispetto alla media
6. La continuità della donazione fino alla revoca permette di ridurre i costi di gestione e permette di pianificare al meglio le risorse da destinare ai progetti.

Come in tutti gli ambiti lavorativi ognuno si riferisce alla propria esperienza. Le persone che decidono di fare questa attività in modo professionale sono motivate e decidono di lavorare al servizio di una giusta causa. Altrimenti solo per la retribuzione ci sono altri lavori meno impegnativi….

L’articolo che il giornalista de La Repubblica – Milano e molto parziale……..
C’è l’altro l’altro articolo che parla della figura del dialogatore che fa la differenza ed e centrale per l’attività di fr
http://archiviostorico.corriere.it/2007/maggio/01/dialogatore_differenza_co_7_070501104.shtml
:
Le onp puntano a crescere e a rafforzare la propria incisività.

L’ambito pubblicitario-commerciale e pieno di messaggi consumistici a differenza delle campagne di advocacy e campaigning che hanno meno spazio.

E’ essenziale porre dei punti fermi inerenti a:
Una maggiore attenzione di tutti gli operatori verso la conoscenza del settore e onp (causa dell’organizzazione, problemi sociali che affronta e progetti che realizza in pratica formazione continua);

Giusta retribuzione e regolarizzazione dei contratti (non solo lettere d’incarico o contratti di prestazione occasionale…)
busta paga.

Certamente tutte le parti coinvolte nel codice etico devono confrontarsi su elementi che si manifestano e analizzare contesti, situazioni e condizioni che si presentano man mano.

Un saluto a tutte/i,
Francesco Fortinguerra

Massimo Coen Cagli
Pubblicato il
gen 07, 2012
Pubblicato da
Massimo Coen Cagli

Caro Francesco,

grazie del tuo intervento. RIbadisco che la tecnica di per sè non è oggetto di critica. Il dibattito riguarda la modalitò e l’approccio che viene utilizzato frequentemente attraverso i dialogatori. Nella consapevolezza, come in tutte le cose, che ci son casi positivi e casi negativi.

Però, circa i vantaggi del f2f vorrei precisare qualcosa.

Come fai a dire che il f2f funziona meglio degli altri metoodi e costa di meno?. Ha costi molto elevati. Eventualmente possiamo parlare di buoni investimenti. Ma non di bassi costi. In ogni caso se hai delle ricerche che confrontano riultati e performance delle diverse modalià facceli sapere. Io ho qualche dubbio che sia come dici tu

Per dialogare con tutti i cittadini ci sono migliaia di metodi: incontri e riunioni; manifestazioni, open house, ecc. Il f2f per strada è l’ultimo degli arrivati.

Tu dici è positivo perchè Si acquisisce un nuovo sostenitore. COn tutti i metodi si acquisiscono nuovi donatori. Non mi sembra una particolarità del f2f!

E’ vero che la donazione raccolta è più alta della media. Essendo basata principalemtne su donazioni pianificate, è logico che sia così. COsì comne è logico che essendo pianificata permette di gestire meglio le risorse nel tempo. Ma è la stessa cosa se io il RID lo faccio per corrispondenza o durante una riunione. Oppure no?

Se vogliamo parlare di performance economiche il dato interessante sarebbe quello relativo al rapporto tra numero di contatti, numero di passanti provati a contattare e numero di donazioni tenendo conto anche della quantità di ore uomo alle postazioni. Allora possiamo parlare di vantaggi economici. Che sono sicuro ci siano, altrimento non penso che le organizzazioni siano così fesse da utilizzare tale mezzo!!

Vorrei però che si parlasse eventualemtne dei parametri per valutare queste performance. Io ho posto poi alcuni parametri sociali e culturali di “impatto” di questa tecnica, di cui vorrei tenere conto.

Riporto poi alcuni ulteriori spunti che sono stati raccolti nel dibattito parallelo che si è aperto su FB fundraiser’s d’Italia.

Pino Macrì dice:

Trovo il face to face alquanto discutibile, una forma di marketing eccessivamente “spinto” applicato al fundraising con un incastro forzato. Concordo con il rischio di saturazione… se calcoliamo che solo il 25% della popolazione italiana dona più o meno regolarmente, scendere in strada ha un senso, purché non si applichino queste logiche così commerciali che possono avere come effetto l’allontanamento definitivo di quei conterranei impermeabili al No Profit… nella mia esperienza paga molto di più il sano rapporto umano costruito con tempi naturali. Mi piacerebbe sapere che indice di fidelizzazione hanno questi donatori pescati dalla massa senza una vera e propria sensibilizzazione…

Valentina Ugo dice:

sul f2f concordo già con Elena (Zanella, ndr), scusate se esco dal tracciato come già fatto in passato, ma l’attenzione del giornista secondo me andava puntata non sulle diverse attività proposte dall’agenzia- tra cui il f2f- ma sulla possibilità di proporre tali condizioni a giovani e meno giovani: quando sarà illegale questo tipo di trattamento ricattatorio a giovani senza lavoro?

Patrice Simmonnet dice:

Caro Massimo, mi dispiace ma non abbiamo la stessa concezione di cos’è il giornalismo. Troppi giornali oggi pensono che la gente si accontenta della cronaca…sarà sicuramente perche è vero…ma io lo chiamo desinformazione. A noi, come dici, fundraiser di spiegare il nostro mestiere e di amazzare l idea che il face to face è uno strumento piu cattivo che un altro. E un strumento di reclutamento, di sensibilizzazione,iu recente ma è come gli altri. Ovvio questo strumento puo essere usato bene o meno. Come tutto. Cogliero il tuo invito per scrivere sul blog a ad altra parte che il marketing su scala ampia non è contrario a nessun etica e che dobbiamo farla finita con il “piccolo è bello” o piu efficiente…come ho l impressione che sia scritto tra le linee di tutti gli interventi sulla questione. Il dm è commerciale, la promozione del 5×1000 è commerciale, i programmi major donors sono commerciali….L importante è mettere il sostenitore e gli beneficiari al centro e questo puo essere fatto da piccole, medie o grande onlus. Ovvio che questo non deve essere a ridosso dei lavoratori, dei fundraiser. Infine mi sembra che stiamo dicendo la stessa cosa. Ma vi prego non passiamo l idea che un canale di fundraising vale di meno di un altro. Un abbraccio.

Al quale ho risposto così:

Carissimo Patrice. Tutti i canali valgono nella misura in cui producono. Io non sono un moralista. Credimi. Il problema è il metodo e l’approccio. Oltre che il rispetto di regole come quelle dei diirritti dei giovani lavoratori. Tieni conto che io ho fatto anni e anni di face to face già 20 anni fa. E’ antico come il mondo. Ma adesso viene fatto con un approccio tipico da organizzazione commerciale. E quindi con un metodo completamente diverso.Io penso che Dm, campgne sui media, ecc.. sono tecniche. SI possono usare in modo comemrciale o in modo sociale. Il marketing è bello e divertente. Non è questo il problema. E non c’entra nulal con il piccolo è bello. Noi abbviamo grandi organizzazioni che non usano marketing e non fanno fund riaisng perchè sentono puzza di azienda. E piccole orgnaizzazioni moderne che fanno marketing senza problemi. Hai ragione. Limportante è che il donatore sia al centro. E infatti per me il problema è propcio questo. Siamo sicuri che il metodo con il quale facciamo f2f assicura questo?

Pubblicato il
gen 08, 2012
Pubblicato da
valerio melandri

Ne parlavamo anche noi il 28 dicembre sulla base di una lettera un po’ accorata ricevuta da Andrea Verde. http://www.valeriomelandri.it/2011/12/28/ricevo-da-andrea-verde-e-mi-sembra-interessante-la-sua-osservazione/
Insomma il problema è sempre quello non si fanno le nozze con i fichi secchi.
1 – O si paga la gente per bene, e allora si ha professionalità, e quindi si deve ammettere che i costi di fundraising si alzino e quindi il mondo non deve più’ guardare come scandalo il fatto che le percentuali di costo siano del 30 o 40 o anche 50% del ricavo o magari anche 90.
2 – oppure si paga da fame la gente perché altrimenti i donatori un po’ bigotti e moralisti e le onp pavide si spaventano nel dichiarare i costi di fundraising troppo alti (come se fosse una colpa da espiare) e allora si è costretti a pagare poco la gente.
Che modello “politico” si sceglie?

Pubblicato il
gen 09, 2012
Pubblicato da
francesco

Quello che comunque manca è una risposta all’articolo da parte dell’ong citata nell’articolo stesso. Potrebbe chiarire molti aspetti.

Andrea Caracciolo di Feroleto
Pubblicato il
gen 09, 2012
Pubblicato da
Andrea

Mi inserisco nella discussione riportando le esperienze segnalatemi all’EFA, la European Fundraising Association ed un interessante articolo del Guardian:
http://www.guardian.co.uk/voluntary-sector-network/2011/sep/08/street-fundraisers-invade-personal-space

In Inghilterra hanno dato vita ad un organo di autoregolamentazione, la The Public Fundraising Regulatory Association, che ha emanato codici e regolamenti. Tale organo ha potere di controllo e di sanzione, che si traduce in pene pecuniarie per i trasgressori. Inoltre ha presentato la cd. Three Step Rule:
http://www.pfra.org.uk/professional_standards/best_practice/pfra_rule_book_for_street_f2f/three_step_rule/
con lo scopo di salvaguardare un prezioso strumento come il F2F.

Sicuramente sulla tematica potrebbe intervenire l’Associazione Italiana Fundraiser, ma prima è necessaria la volontà delle ONP di cedere una parte di “sovranità” rimettendosi ad un organo di controllo, perchè francamente di un ulteriore codice etico o di linee guida non vincolanti non se ne sente più il bisogno.

Infine per quel che riguarda le forme di contratto non posso che concordare con il fatto che una ONP che tratta tematiche legate con lo sviluppo non possa proprio trattare in questa maniera i giovani, ne va dell’identità, della vision e della mission.

Massimo Coen Cagli
Pubblicato il
gen 10, 2012
Pubblicato da
Massimo Coen Cagli

Grazie Valerio per il tuo intervento che ribatte su un tema che è il tuo cavallo di battaglia e sul quale non posso che concordare. Il problema è che, questo, è solo un elemento della questione e da solo non può risolvere le criticità che sono state rilevate attorno al modo di usare i dialogatori.

Quelli che tu segnali sono problemi legati alla filosofia di management delle organizzaizoni (e soprattutto di management del fattore umano, ossia del personale, che è forse il più importante) e a questo modo irrazionale ed eticistico di trattare il tema dei costi del fund raising. Ma rimangono altri problemi tra i quali quello che mi preoccupa di più è trattare il fund raising come una azione di vendita (lo so! estremizzo, ma ci intendiamo….). E mi preoccupa, non per moralismo, ma perchè snatura il suo ruolo, la sua identità e quindi tende a sminuirne la portata per i nostri donatori. Per essere chiaro: ho paura che di qusto passo molti donatori (la parte più interessata ad avere on rapporto strategico con le orgnaizzazioni) si annoieranno di questo pastone umanitario-commerciale e quindi ci sarà una defezione dalla donazione, non causata dalla crisi econimica, ma da una crisi di senso.

Un grandissimo grazie ad Andrea (Caracciolo) che ci riporta con i piedi per terra. Perchè dei correttivi si possono mettere in atto e prendere spunto dall’esperienza internazionale sarebbe molto utile. Evidentemente il problema si è già manifestato e non è il caso di ripetere gli stessi errori.

RIbadisco che si stanno sviluppando discussioni analoghe su linkedin, sul blog di Valerio e, di sponda, su facebook. E’ il caso che segnala Elena Zanella, che rinrazio. Che invito a seguire. Noto solo che gli spunt critici verso il dialogatore sono molteplici e vengono da tre categorie di persone: alcuni dialogatori, alcuni cittadini comuni, alcuni fundraiser consulenti e dirigenti di ONP. Vanno presi tutti sul serio, affinchè non cadano nel dimenticatoio e non vengano macinati dal tram tram dei programmi di marketing operativo delle organizzazioni.

Pubblicato il
gen 11, 2012
Pubblicato da
Elena Zanella

Figurati. Dovere. Come scrivevo anche su FB, con la questione dei dialogatori si sono accesi i riflettori su un modo di gestire la raccolta fondi mal sopportato da molti. Sulla scorta di quanto dibattuto, ho buttato giù alcune righe di cui sono davvero soddisfatta, soprattutto perché nascono da un lavoro congiunto e da un contraddittorio che è risultato davvero interessante. Lo spirito dialettico è la strada che ci permette di trovare le soluzioni migliori per il nostro settore. E’ il tempo di fare nuove riflessioni perché quelle fatte finora non sono sufficienti o, per lo meno, non lo sono più. Il mercato è cambiato e occorre adattarci tenendo, però, sempre presenti quali sono i nostri princìpi e quali sono i motivi che ci hanno spinti, tutti, a scegliere di lavorare nel Terzo Settore. Grazie a te Massimo e grazie a chi vorrà condividere questo pensiero.
http://elenazanella.wordpress.com/2012/01/09/questione-nonprofit-principi-valori-e-punti-fermi-per-un-terzo-settore-in-via-di-sviluppo/

Pubblicato il
gen 12, 2012
Pubblicato da
Riccardo Friede

Ciao Massimo e tutti quanti, aggiungo il mio contributo alla discussione sugli schermi di Fundraising Km Zero. Spunti per un’antroplogia minima del dialogatore diretto: http://www.fundraisingkmzero.it/face-to-face-dialogo-diretto-fundraising/ Meno carico delle riflessioni già esposte, ma esce dalla pancia …qualcosa vuol dire di sicuro! :) A presto!

Pubblicato il
gen 12, 2012
Pubblicato da
luciano zanin

Ciao a tutti. Dopo il post di Riccardo sull’antropologia del dialogatore, intervengo anch’io sulla questione cercando di dare il mio contributo. Avevo già commentato questa notizia sul blog di Valerio Melandri, ma solo dal punto di vista della dignità del lavoro.
Ho letto tutti i commenti e mi sono andato a guardare il sito di World Vision (in particolar modo le pagine dedicate ai valori e all’advocacy) così da essere almeno un po’ documentato. Mi spiace un po’ che nell’articolo non sia citato anche il nome della società di marketing che ha fornito il servizio, sarebbe stato interessante approfondire anche questo aspetto.
La prima considerazione è che tra i protagonisti della vicenda non ci sono fundraiser, quindi dal punto di vista dell’Associazione mi sento coinvolto, per così dire, solo per ciò che riguarda l’aspetto culturale e della percezione pubblica del fundraising.
I tre protagonisti della vicenda:
- gli studenti-lavoratori;
- la società che ha fornito il servizio;
- l’organizzazione nonprofit che lo ha comprato.

Si noti che il donatore e il beneficiario non sono nemmeno presi in considerazione (in realtà il donatore sì ma è definito “preda” pertanto secondo me non coincide) e quindi secondo il mio metro di misura non siamo in presenza di fundraisng.

Nessun commento riguardo allo strumento del face to face, perché ritengo che ogni strumento, per definizione, non è né buono né cattivo, dipende esclusivamente dall’uso che se ne fa e da come lo si implementa.
Forse una considerazione sull’uso delle parole: io non credo che “commerciale” sia una parola cattiva per definizione (letteralmente si riferisce pratiche di acquisto e di vendita, ma spesso viene usata anche come indicatore di efficienza e nel nonprofit non di rado indicata come modalità “stimolante” non necessariamente aggressiva), forse abbiamo bisogno di inventare, creare, avere delle parole che riescano meglio a spiegare i nostri punti di vista. Ma questo è un altro discorso.

Veniamo ai protagonisti, in ordine di responsabilità:
- lo studente-lavoratore. Capisco che vi è un bisogno di lavorare, ma credo anche che vi sia una soglia di dignità sotto la quale non si deve andare (e non conviene, lo dice lo stesso autore dell’articolo). Faccio un esempio su me stesso: ho lavorato per una importante istituzione nazionale la quale però mi paga “non prima di 365 giorni”… cortesemente ho chiesto di cancellare il mio nome dai loro fornitori e vi assicuro che anche io ho bisogno di lavorare, ma alcune condizioni non sono accettabili semplicemente perché ingiuste.

- La società fornitrice i servizi: dalle organizzazioni for profit io mi aspetto competenza e professionalità, altrimenti non compro i servizi e in questo caso non mi pare che questa impresa abbia rispettato questi presupposti. Saranno probabilmente bravi a fare marketing, ma mi sembra che i fatti dimostrino che con il fundraising non se la cavano per niente bene. Direi anche di più, mi sembra che, almeno da come è scritto nell’articolo, si occupino di tecniche di vendita superate anche nel mondo for profit.

- World Vision: qui secondo me sta il vero nocciolo della questione! In questo mi pare possano riassumersi tutti i commenti che ho visto. Anche a me sarebbe piaciuto molto leggere qualcosa da parte di questa organizzazione e invece il loro silenzio sembra confermare l’opinione che la maggiore responsabilità sta proprio qui, almeno per due ragioni:
1) la scelta del fornitore. Se ho un problema all’impianto dell’acqua chiamo un idraulico, se ho un problema all’impianto elettrico chiamo l’elettricista, perché se ho una necessità di fundraising chiamo una agenzia di marketing?
2) il silenzio: se poi il mio fornitore mi crea un danno (di immagine in questo caso) che faccio, stò zitto?

Sta quindi in capo all’organizzazione che decide gli obiettivi di fundraising, che sceglie i fornitori, che determina gli strumenti e i metodi la responsabilità maggiore dell’accaduto (se visitate il sito vi renderete conto che questa organizzazione è sufficientemente competente in materia), e quindi giustamente il quotidiano la cita.
È su questo che secondo me dobbiamo intervenire, siamo alla questione più annosa del nostro sistema nonprofit: senza offesa per nessuno, ma è guidato da una classe dirigente che ha un profondo bisogno di rinnovamento (non è il solo settore nel nostro Paese che necessita di questo, ma ciò non mi consola per niente, anzi!).
Per concludere, sposterei quindi l’attenzione dallo strumento al soggetto che lo mette in pratica. Se l’ONP facesse bene il suo mestiere, nel rispetto dei valori e secondo i principi ben ricordati da Elena nel suo post, il problema non esisterebbe, perché le decisioni che seguirebbero “naturalmente” sarebbero condivisibili e quindi avremo il risultato che a fare fundraising sarebbero chiamati fundraiser, adeguatamente formati e retribuiti (e che molto probabilmente darebbero anche risultati migliori) oppure dei volontari, in questo caso formati e non retribuiti, ma sempre con in mente i due aspetti senza i quali non esiste fundraising: il donatore e la mission, quindi i beneficiari dell’azione dell’ONP.
Detto questo, che cosa possiamo/dobbiamo fare? Perché, fatta l’analisi, poi servono proposte.
La prima che mi sento di fare è quella di riaffermare che l’Associazione Italiana Fundraiser con tutti i suoi soci è a disposizione per chiunque desideri avere informazioni sul tema, se a qualcuno viene fatta una proposta lavorativa nel settore, siamo pronti, con l’aiuto dei nostri consulenti, a dare informazioni, opinioni, suggerimenti e consigli.
Stessa cosa per le ONP, è chiaro che non forniamo informazioni su questo o quel fornitore, ma possiamo mettere a disposizione le esperienze dei soci e la grande competenze di cui sono in possesso.
Infine siamo a disposizione per realizzare iniziative e proposte che vengano da queste pagine e da coloro che vi scrivono.

Alla prossima.

Massimo Coen Cagli
Pubblicato il
gen 12, 2012
Pubblicato da
Massimo Coen Cagli

Caro Luciano, grazie per il tuo chiaro e autorevole intervento che mi sembra chiuda almeno una questione, quella della responsabilità primaria dell’organizzazione non profit titolare della missione per la quale si chiedono i fondi. Non c’è dubbio che World Vision dovrebbe fornire qualche chiarimento in merito e dovrebbe provvedere, per il bene di tutti, a mettere a posto la questione. Se non ci sentono, forse qualcuno glielo potrebbe dire.
Rimangono aperti (sul piano del dibattito più che delle responsabilità oggettive) gli altri aspetti che invece coinvolgono tutti i soggetti. L’approccio che viene adottato nell’usare lo strumento del dialogatore (che sono d’accordo, non è nè buono nè cattivo di per sè). Mi sembra evidente che vi è una ampia fetta di pubblico che guarda con fastidio e con parere negativo questa pratica. Questo vuol die che qualcosa nel modo di utilizzarla non funziona. Un altro aspetto riguarda gli strumenti di controllo e valutazione della pratica del dialogatore. L’Associazione dei fundraiser ha erditato dalla precedente gestione delle linee guida che mi sembrano siano deficitarie, in parte nei contenuti (che andrebbero adeguati alle ultime critiche rilevate) e in gran parte nell’attuazione. Perché è evidente che non basta avere delle norme se queste non vengono attuate e controllate pedissequamente. Quanto detto in questo dibattito da Andrea Caracciolo e i riferimenti fatti ai casi degli altri paesi, potrebbe essere ripreso in chiave pratica anche nel nostro paese. E questo credo sia una indicazione circostanziata su cose pratiche da fare.

Un’ultima nota sulla connotazione “commerciale” che spesso ho usato nel dibattito. L’ho usata tra virgolette perchè evidentemente il suo senso non era giuridico. Nessuno ha venduto nulla a nessuno da un punto di vista giuridco. Tuttavia per me è giusto usare questo termine per connotare quel fund raising che utilizza in tutto e per tutto il paradigma delle attività commerciali in cui la concezione del prodotto e la modalità di vendita hanno una priorità rispetto alle relazioni e alla missione della organizzazione. Mentre per i soggetti profit, la cui missione è produrre profitto, vi è piena consonanza tra l’azione commerciale e il raggiungimento della mission, per il non profit non è così. Mentre per il profit le relazioni migliorano la performance comemrciale, nel non profit la relazione è alla base dell’attività di fund raising. Per loro è tattica, per noi è strategica. Detto questo è giuridicamente lecito fare un fund raising di tipo “commerciale”. Ritengo però che sia socialmente e culturalmente negativo per lo sviluppo della nostra attività in un contesto in cui i donatori individuali, così come le aziende, vogliono da noi maggiore senso delle cose, maggiore ruolo strategico per affrontare i problemi della nostra comunità, maggiore profilo etico. Questo è il nocciolo della questione “fund raising commerciale” che quindi non è una questione moralistica, ma culturale. A tagliare la testa al toro e per evitare che si faccia affidamento solo sulle opinioni, nel fare questo dibattito bisogna ricordarsi che è crescente, molto crescente, la quantità di persone che esprime un parere negativo se non addirittura critico circa la pratica dei dialogatori. Come si dice a Roma: “le chiacchiere stanno a zero!” e quindi a questo problema bisogna rispondere.

Grazie mille a Riccardo per aver disegnato una fenomeologia antropologica del dialogatore, utile a tenere conto delle diverse sfaccettature del problema.

[...] recentemente assistito ad un bellissimo dibattito online sui blog di Valerio Melandri, della Scuola di Fund Raising, di Riccardo Friede, su Linkedin e su facebook a proposito. Un dibattito culturarmente ricco, [...]

Pubblicato il
gen 27, 2012
Pubblicato da
Manifesto per un non-profit responsabile | passione non profit

[...] che hanno toccato il non profit (vedi l’articolo di Barbara Bagli qui e quello di Cohen Cagli qui, come esempi)  voglio uscire dalla logica della rivendicazione e voglio proporvi un [...]

Pubblicato il
feb 07, 2012
Pubblicato da
Elena

Mi occupo di volontariato da una vita, sono attivista per associazioni per i diritti civili e per gli animali, ma mai, mai, mai, mi fermo e fermerò per questi presunti dialogatori, ragazzotti e ragazzotte ai quali volgarmente parlando non gliene frega un belino dei bambini dell’Africa, dei diritti umani violati in Iran, dell’ambiente che va a pezzi, ma interessa solo mettersi in tasca i soldi della provvigione. Sono arroganti come quelli del Folletto alla porta o quelli di Infostrada al telefono, in malafede, antipatici, minacciosi, insopportabili: non ho mai negato un euro ad un vù cumprà o ad un barbone o ad un volontario di un’associazione vera, ma questi qui mi stiano alla larga, inzozzano la solidarietà verso il prossimo, e sì, sono colpevoli anche loro. E col cavolo che i bambini dell’Africa vedono quei soldi che loro dicono di raccogliere.

Massimo Coen Cagli
Pubblicato il
feb 07, 2012
Pubblicato da
Massimo Coen Cagli

Ahi Ahi Ahi, mi sa che non avevamo tutti i torti a sollevare la questione………. DEvo dire che qualche bravo ragazzo l’ho trovato. Ma solo qualche. E agli altri non ne faccio una colpa perchè in qualche modo soo funzionali ad un sistema che per come è utilizzato mi sembra che possa essere oggetto di giustificate critiche.
Grazie per la ulteriore testimonianza

Pubblicato il
ott 21, 2013
Pubblicato da
THINKTALK

ammazza che acidità, ma dietro quei ragazzi non sai mai chi puoi trovarci, se davvero ami il no profit parlaci con qualcuno di loro, mica sono macchinette tutte uguali, sono persone, come te! Altrimenti la tua è solo generalizzazione. Io sono un sostenitore e ho avuto modo viaggiando di vedere sul campo il lavoro incredibile che alcune di queste ONP svolgono e non è vero che i soldi non arrivano, semplicemente è più comodo mettere tutti nello stesso calderone!

Massimo Coen Cagli
Pubblicato il
nov 07, 2013
Pubblicato da
Massimo Coen Cagli

Caro Thinktalk (?) io non sono acido sono solo onestamente realista e se scrivo in modo critico dei dialogatori è perchè da 30 anni e pià faccio fundriasing e dirigo organizzazioni non profit e ho inziiato a fare questo dietro ai banchetti per strada promuovendo la causa sociale e chiedendo soldi. Ma essendo nella organizzazione e non un giovane disoccupato che deve sbarcare il lunario. Per cui parlo non solo con esperienza (unitamente a profondo amore per il non profit) ma anche perchè a differenza di quello che dici tu ho avuto molto a che fare con i giovani ragazzi che mi fermano per strada e questo si capisce bene dal racconto che ho fatto nel post. Alcuni di questi ragazzi hanno finito per prendersi un bel caffè con me per sfogarsi dei tanti paradossi sofferti durante il loro lavoro.Così come ho aiutato organizzazioni ad usare al meglio i voltonari per fare vero dialogo con i passanti. Per chiarezza: non ho mai detto che i soldi non finiscono alle cause sociali (ma lo hai letto bene l’articolo?) e non ho mai fatto di tutta un’erba un fascio. Anzi se tu seguissi un po’ quello che vado dicendo in giro da diversi anni ti renderesti conto che sono uno di quelli che sta facendo di tutto per evitare che la cattiva opinione su una o un’altra attività di fundraising o organizzazione produca una opinione generalizzata negativa. Ma questo non si può fare nascondendo quello che non va, ma parlandone e trovando il modo per correggere il tiro. Che ti devo dire: hai sbagliato bersaglio e hai sbagliato cartucce. Ritenta ancora. :-)

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