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	<title>BlogFundraising - Il Blog della Scuola di Roma Fund-Raising.it</title>
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		<title>Fund raising per la cultura. In consorzio e in collaborazione con le aziende. Si puo&#8217;? Pare di si&#8217;!</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 14:40:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Coen Cagli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corporate fund raising]]></category>
		<category><![CDATA[Fundraising per arte e cultura]]></category>
		<category><![CDATA[La formazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Vi vorrei raccontare un&#8217;esperienza di formazione sul fundraising che ho svolto nei giorni scorsi. Di recente siamo stati invitati dal Distretto Culturale Evoluto di Monza e Brianza a tenere un corso di fund raising per più di 20 organizzazioni culturali che operano nell&#8217;ambito del territorio brianzolo e in collaborazione con il Distretto. È stata un&#8217;iniziativa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="rt-image" title="Fundraising per la cultura" src="http://www.blogfundraising.it/wp-content/uploads/2012/05/fundraising-cultura.jpg" alt="fundraising-cultura" width="431" height="120" />Vi vorrei raccontare un&#8217;esperienza di <strong>formazione sul fundraising</strong> che ho svolto nei giorni scorsi.</p>
<p>Di recente siamo stati invitati dal <a title="Distretto Culturale Evoluto Monza-Brianza" href="http://www.provincia.mb.it/Temi/cultura/distretto_culturale/Progetto/index.html" target="_blank"><strong>Distretto Culturale Evoluto di Monza e Brianza</strong></a> a tenere un <strong>corso di fund raising per più di 20 organizzazioni culturali</strong> che operano nell&#8217;ambito del territorio brianzolo e in collaborazione con il Distretto.<strong> </strong>È stata un&#8217;iniziativa lungimirante organizzata da <a title="Margherita Giacobbi su LinkedIn" href="http://it.linkedin.com/pub/margherita-giacobbi/23/420/808" target="_blank"><strong>Margherita Giacobbi</strong></a>, del Distretto, che va ringraziata per l&#8217;efficienza e la cura nel realizzare il corso.</p>
<p>Sono stati tre giorni intensi e molto interessanti intervallati da una fase di lavoro a distanza in cui i partecipanti, divisi per gruppi e assistiti dal personale della Scuola, hanno dovuto svolgere un&#8217;analisi del proprio caso (tratto da eventi e iniziative che realmente le organizzazioni devono realizzare) e elaborare una proposta da rivolgere ad una vera azienda.</p>
<div class="t-banner1">
<div class="t-banner-inner"><span class="t-banner-title green">Nell&#8217;ultimo giorno, infine, si è svolto un <em>role play</em> in cui i partecipanti hanno effettivamente rivolto all&#8217;azienda una proposta di <em>partnership</em>/sponsorizzazione.</span></div>
</div>
<p>A fare la parte delle aziende sono intervenute <strong>due persone eccezionali per disponibilità ed esperienza professionale</strong>: la <a title="Rottapharm" href="http://www.rottapharm.it/it/service/iniziative/arte-cultura/all/index.html" target="_blank"><strong>dott.ssa Giovanna Forlanelli, <em>Head Corporate Communication</em> di Rottapharm</strong></a> (azienda molto impegnata nel campo della cultura e dell&#8217;arte) e la d<a title="Confindustria Lombardia" href="http://www.confindustria.lombardia.it/site.nsf/confindustria_lombardia_piccola_industria" target="_blank"><strong>ott.ssa Ambra Redaelli, Amministratore delegato della Rollwasch italiana e Presidente del Comitato piccola industria della Lombardia</strong></a> nonché uno dei fondatori dell&#8217;Orchestra Sinfonica Giuseppe Verdi.Mi sento di dover ringraziarle entrambe in modo particolare perché hanno conferito al corso un valore aggiunto enorme, grazie ai loro consigli e ai loro suggerimenti utilissimi per migliorare la qualità delle proposte elaborate dalle organizzazioni.</p>
<p>Il corso ha tentato di <strong>valorizzare progetti</strong> realizzati, in consorzio o in rete, tra differenti organizzazioni magari operanti nel medesimo ambito tematico. Per cui buona parte dei progetti presentati nasceva già da una <em>partnership</em> tra differenti organizzazioni</p>
<p>Da questa esperienza traggo alcune considerazioni che in questo momento mi inducono ad un certo ottimismo.<span id="more-2273"></span></p>
<h2 class="dropcap">Fund raising e cultura: alcune considerazione</h2>
<p class="dropcap"><span class="dropcap">1</span>Le organizzazioni culturali, seppur con fatica, stanno finalmente assorbendo i <strong>princìpi e l&#8217;approccio tipico del fund raising</strong> e si mostrano molto più propense ad eliminare quegli ostacoli che fino ad oggi si sono frapposti ad una piena adozione del fund raising. In aula non c&#8217;erano solo operatori ma soprattutto dirigenti di queste organizzazioni, segno che il fund raising ha fatto ingresso,  almeno in parte, nella <em>governance</em> delle organizzazioni. Fino a ieri non era così. E quindi ciò è degno di nota.</p>
<p class="dropcap"><span class="dropcap">2</span>La prospettiva di <strong>&#8220;mettersi&#8221; insieme per realizzare progetti culturali migliori</strong> e di maggiore impatto e quindi di mettersi insieme anche per raccogliere meglio fondi, appare praticabile. Le aziende (e sospetto anche il mondo delle fondazioni e degli individui) ritengono questo fatto estremamente positivo anche perché garantisce maggiore qualità e impatto alle loro politiche di sponsorizzazione soprattutto al livello locale.</p>
<p class="dropcap"><span class="dropcap">3</span>L&#8217;<strong>esistenza di un soggetto di secondo livello</strong>, come nel caso del Distretto Culturale, che ha un politica di &#8220;sistema&#8221; rispetto all&#8217;offerta culturale, sembra essere un forte fattore di facilitazione per la crescita delle azioni di fund raising. Ciò avviene per almeno tre motivi: è un luogo che favorisce il lavoro in rete; permette di facilitare il rapporto con il mondo delle aziende, che può coglierlo facilmente come ente di rappresentanza della categoria; essendo legato all&#8217;amministrazione pubblica garantisce comunque un certo tasso di ufficialità e rigore delle iniziative culturali (certo, questo dipende anche dall&#8217;autorevolezza e dalla credibilità che hanno le pubbliche amministrazioni).</p>
<p class="dropcap">Questo dovrebbe spingere le autorità pubbliche ma anche lo stesso mondo degli enti culturali a dar vita ad organizzazioni di secondo livello che abbiano una politica di settore e che siano in grado di creare una forte interlocuzione verso aziende, fondazioni, istituzioni.</p>
<p class="dropcap"><span class="dropcap">4</span>Nonostante le difficoltà economiche evidenti, <strong>le aziende non intendono interrompere del tutto gli investimenti in cultura</strong>, ma vorrebbero essere messe in grado di farlo meglio (magari facendo meno). In altri termini sono assolutamente disponibili ad aprire &#8220;tavoli&#8221; di concertazione con il mondo degli enti culturali affinché si abbia una strategia comune e si stabiliscano a priori criteri, parametri e indicatori che permettano di meglio selezionare progetti di qualità, garantendo alle aziende stesse un ruolo attivo, sia nella realizzazione delle iniziative sia nell&#8217;elaborazione delle politiche culturali.</p>
<p class="dropcap">Se da un lato le aziende non vogliono esser un bancomat (e questo è sacrosanto) dall&#8217;altro sono interessate ad essere un soggetto attivo che contribuisca a sostenere la cultura in quanto motore di sviluppo sociale, comunitario e in parte anche economico per un determinato territorio. Non è un caso, forse, che proprio nella provincia di Monza la Camera di commercio abbia dato vita ad uno <a title="Camera di Commercio Monza-Brianza" href="http://www.mb.camcom.it/show.jsp?page=752867" target="_blank"><strong>sportello per le sponsorizzazioni</strong></a> che almeno nelle intenzioni vorrebbe facilitare il rapporto tra domanda e offerta, migliorandolo e rendendolo più trasparente.</p>
<p class="dropcap"><span class="dropcap">5</span>In genere non si può pretendere che un corso di formazione risolva tutti i problemi. In questo caso, però, grazie al fatto di essere strutturato come <strong>un vero laboratorio</strong> e con questa capacità di coinvolgere interlocutori chiave, il corso fatto in Brianza ha permesso di inserire da un lato tratti di consulenza professionale e dall&#8217;altro di avviare in concreto promozioni che abbiano impatto sui mercati della raccolta fondi.</p>
<p class="dropcap">Insomma un&#8217;esperienza da ripetere in tante parti d&#8217;Italia, che invitiamo pubbliche amministrazioni, organizzazioni culturali, camere di commercio e, perché no, le stesse aziende a promuovere con <strong><a title="Scuola di Roma Fund-Raising.it" href="http://www.scuolafundraising.it" target="_blank">noi della Scuola di Roma Fund-Raising.it</a>.</strong></p>
<p>Un grazie molto sincero va a tutte le <strong>organizzazioni partecipanti</strong> perché hanno mostrato una grande disponibilità all&#8217;innovazione e una propensione molto determinata a provarci sul serio!</p>
<ul class="bullet-3">
<li>Associazione culturale delleAli;</li>
<li>Comune di Monza &#8211; Sistema Bibliotecario;</li>
<li>Biblioteca di Vimercate;</li>
<li>Corpo musicale S. Cecilia Besana Brianza;</li>
<li>Bloom  &#8211; Coop. Sociale Il Viscone di Mezzago;</li>
<li>Fondazione Franco Fossati;</li>
<li>ARDEN Luogo del possibile APS;</li>
<li>Rataplan snc;</li>
<li>Parco Locale di Interesse Sovracomunale del Rio Vallone;</li>
<li>Fondazione per la Lotta alla Non Autosufficienza Onlus;</li>
<li>Comune di Cinisello Balsamo;</li>
<li>Provincia di Monza e della Brianza;</li>
<li>La Danza Immobile;</li>
<li>Associazione Golden Ticket;</li>
<li>Teatro dell&#8217;Opera di Milano;</li>
<li>Centro Sperimentale di Cinematografica;</li>
<li>NABA &#8211; accademia di belle arti;</li>
<li>Cooperativa sociale Meta Onlus;</li>
<li>Sistema delle Ville Gentilizie Lombarde;</li>
<li>Associazione Amici Palazzo Arese Borromeo;</li>
<li>Comune di Vimercate &#8211; MUST Museo del Territorio;</li>
<li>Comune di Cesano Maderno;</li>
<li>Istituto per la Storia dell&#8217;Arte Lombarda.</li>
</ul>
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		<title>Festival del fundraising: conferme, novita&#8217; ed una grande sorpresa</title>
		<link>http://www.blogfundraising.it/professione-fundraiser/festival-del-fundraising-conferme-novita-e-una-grande-sorpresa/</link>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 10:24:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Coen Cagli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Associazione fundraiser]]></category>
		<category><![CDATA[Professione fundraiser]]></category>
		<category><![CDATA[assif]]></category>
		<category><![CDATA[festival]]></category>
		<category><![CDATA[fundraising]]></category>

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		<description><![CDATA[Quest&#8217;anno ho deciso di partecipare al Festival del Fundraising senza tenere workshop e sessioni. E sono veramente contento di averlo fatto. Ciò mi ha permesso di vivere il Festival in un altro modo: ascoltando, dialogando assorbendo. Eh sì! Perché quando si devono tenere interventi il tuo cervello spesso (non sempre) va in saturazione e diventa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<iframe width="431" height="249" src="http://www.youtube.com/embed/aYxjb8-LPr8?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><p><iframe class="rt-image" width="431" height="249" src="http://www.youtube.com/embed/aYxjb8-LPr8?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Quest&#8217;anno ho deciso di partecipare al Festival del Fundraising senza tenere <em>workshop</em> e sessioni. E sono veramente contento di averlo fatto. Ciò mi ha permesso di vivere il Festival in un altro modo: ascoltando, dialogando assorbendo. Eh sì! Perché quando si devono tenere interventi il tuo cervello spesso (non sempre) va in saturazione e diventa impermeabile agli stimoli esterni.</p>
<p>Il Festival del Fundraising resta un&#8217;iniziativa utile, piacevole e assolutamente consigliabile, anche dopo 5 anni e di questo <strong>ne va dato merito a Valerio Melandri e alla eccellente squadra che dirige l&#8217;evento</strong>.</p>
<p>Beh, ascoltando e dialogando mi sono fatto qualche idea di questo festival che vorrei condividere con i colleghi. Alcune positive e altre un poco più critiche ma nel senso del miglioramento possibile e non del giudizio.<span id="more-2245"></span></p>
<p><span class="dropcap">1</span>Ho notato un significativo (ma forse di più) <strong>ricambio del popolo partecipante</strong> il che vuol dire che il nostro mondo si ingrandisce e si rinnova. Questo ricambio ha messo anche in evidenza, più degli altri anni, che il mondo dei <em>fundraisers</em> è molto variegato ed eterogeneo. Mentre nei primi anni (ma non poteva essere che così) la sensazione è che fossimo una piccola cerchia di persone tendenzialmente simili e autoreferenziali adesso appare evidente che i <em>fundraisers</em> hanno cultura, provenienze organizzative, itinerari professionali molto diversi tra loro e che tutti, in modo paritario, stanno in questo mondo. Credo che questo non possa che far arricchire il nostro ambiente.</p>
<p><span class="dropcap">2</span>Finalmente si è visto <strong>il mondo della cultura</strong> in qualche sessione (anche se ancora un po&#8217; troppo tecnica e un po&#8217; poco strategica. In Italia c&#8217;è bisogno di una strategia per la sostenibilità della cultura e non solo di buone proposte di sponsorizzazione) e soprattutto in un numero crescente di partecipanti consapevoli e contenti di fare fund raising per la cultura. Io e Marianna Martinoni (che è una pioniera del fund raising nella cultura) ne siamo veramente entusiasti!</p>
<p><span class="dropcap">3</span><strong>I contenuti dei seminari devo dire che mi hanno soddisfatto fino ad un certo punto</strong>. Non tanto gli argomenti che sono quelli giusti e in parte necessari (pianificazione, le tecniche, i casi, ecc..) ma perché ho sentito veramente poco di nuovo. Anche dai nostri colleghi degli altri paesi che pur apportando livelli professionali molto alti (il che non guasta) dal punto di vista delle idee per rispondere alle sfide che abbiamo davanti mi pare stiano nelle stesse nostre condizioni. Ecco direi che poche relazioni hanno avuto un impatto reale sulle sfide che abbiamo davanti: crisi economica, crisi degli strumenti tradizionali di fundraising, integrazione tra <em>on line</em> e <em>off line</em> e quant&#8217;altro. L&#8217;anno scorso noi della Scuola di Roma Fun-Raising.it abbiamo fatto per il Festival una <a title="Survey sul futuro del fundraising" href="http://www.blogfundraising.it/survey-fundraising/"><strong><em>survey</em> sui grandi cambiamenti del fund raising</strong></a>. Credo che in quel materiale si poteva trarre qualche spunto innovativo in più per arricchire i contenuti e gli approcci ospitati nel Festival.</p>
<p><span class="dropcap">4</span>Manca ancora del tutto la <strong>dimensione politica del fund raising</strong>. E forse è giusto così. Nel senso che non si può pretendere di fare tutto.  Mi sembra che manchino i temi delle politiche di fund raising, mancano i luoghi in cui confrontarsi davvero con i nostri interlocutori e sapere da loro cosa si aspettano dal fund raising.</p>
<p>Insomma, resto dell&#8217;idea che per fare bene fund raising bisogna anche e soprattutto capire come cambia il mondo e utilizzare concetti e pensieri di altre discipline che possano aiutarci a scoprire il nuovo e rispondere a questioni quali: come cambiano gli individui, il loro modo di vedere il non profit e il fund raising e di rapportarsi al marketing. E ancora: gli ambiti in cui il fund raising deve ancora affermarsi pienamente come i servizi pubblici, la cultura e l&#8217;arte, la creazione di impresa sociale, e quelli dove invece deve rinnovarsi rapidamente come l&#8217;aiuto umanitario, la ricerca medica, l&#8217;assistenza.</p>
<p><span class="dropcap">5</span>Un ruolo in questo senso lo hanno avuto i <strong>due forum con le aziende e con le fondazioni</strong>. O almeno il secondo al quale ho partecipato. Il primo non lo so. Il forum e il suo formato mi sono piaciuti molto ed è stata la cosa migliore alla quale ho partecipato. Però questo dialogo tra noi e le fondazioni lo si è dovuto cavare un po&#8217;con le pinze (è questo l&#8217;unico intervento, durante il forum, che ho fatto al festival) cercando di andare oltre il comunque  utile gioco delle parti che ci ha fatto ricevere notazioni e giudizi da parte dei dirigenti delle fondazioni e di conoscere meglio il loro punto di vista. Ma era il caso forse di chiedere anche noi alle fondazioni come intendono migliorare la capacità di relazione con noi del fund raising e del non profit e come la pensano sui grandi temi: necessità di investire sullo sviluppo del non profit e non solo di finanziare progetti, come affrontare il tema della cultura che vede sempre di più ridursi i finanziamenti, le strategie per lo sviluppo della filantropia di comunità, ecc&#8230;</p>
<p><span class="dropcap">6</span><strong>I tempi sono quelli giusti</strong>: un buon miscuglio di lavoro, relazioni, relax. L&#8217;unica cosa è che la seconda giornata nell&#8217;ultima parte è stata troppo serrata e molti hanno ceduto alla fatica, disertando nelle ultime due fasce pomeridiane molte sessioni, mettendo in imbarazzo diversi relatori, soprattutto dei casi&#8230; Peccato perché ho sentito casi piuttosto interessanti.</p>
<p><span class="dropcap">7</span>Da un punto di vista contenutistico questo è stato <strong>il festival della pianificazione e progettazione strategica</strong>. Tuttavia, al di là delle intenzioni dei relatori, mi sembra che siamo ancora molto ancorati ad un approccio matematico-modulistico, molto razionalista ancora molto blindato su un&#8217;automatica applicazione della SWOT e di altri strumenti analitico-valutativi. Io vengo da quell’approccio  per cui non me la sento di fare una critica radicale a questo tipo di risposte metodologiche. Tuttavia la realtà sociale e quindi dei progetti e delle iniziative sociali, la realtà organizzativa e quella culturale stanno diventando di una complessità inimmaginabile fino a pochi anni fa e un approccio ingegneristico alla pianificazione credo che mostri tutti i suoi limiti innanzitutto dal punto di vista teorico che rimane ancorato ad una letteratura scientifica che ormai ha più di 20 anni. Credo che ci debba essere uno sforzo nel sentire &#8220;nuove campane&#8221; o creare spazi di confronto tra gli esperti per creare strumenti e metodiche più realistiche ed efficaci.  Tra i tanti strumenti e approcci presentati mi sembra che quello di Contucci sia il più pratico e realistico di tutti: molto interessante.</p>
<h2>Fundraising Award: che emozione!</h2>
<p>Ma<strong> la cosa più bella</strong> che ho vissuto è stata la<strong> testimonianza di Marco  Panzetti, vincitore del <em>Fundraising Award</em></strong>.</p>
<p><strong>Il premio per il miglior fundraiser è un&#8217;ottima idea</strong> anche se il metodo di condurre l&#8217;<em>iter</em> di proposta, valutazione, proclamazione andrebbe a mio avviso migliorato. Tuttavia è stato premiato un <em>fundraiser</em> eccezionale soprattutto perchè è veramente il prototipo (almeno per il mio avviso) del <em>fundraiser</em> italiano.</p>
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<div class="t-banner-inner"><span class="t-banner-title blue">Ascoltando il suo discorso durante la premiazione mi sono veramente commosso. Perché in 30 anni di professione e di battaglie associative io ho avuto sempre nel cuore questo tipo di <em>fundraiser</em> che reputo profondamente italiano, per storia, cultura, approccio sociale e relazionale.</span></div>
</div>
<p>Nel suo discorso ha detto: &#8220;Questo premio mi ha fatto prendere consapevolezza che <strong>da 30 anni faccio fundraising, mentre io non lo sapevo</strong>&#8220;. Sentendo poi <strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=MMs-Xq_IhYg&amp;feature=player_embedded">la sua esperienza</a></strong>, abbiamo avuto tutti modo di capire che lui in 30 anni lo ha fatto e come il fund raising!</p>
<p>Per cui, sta a noi e sta soprattutto all’Assif, che lo ha premiato, essere in grado di <strong>far entrare nel nostro ambiente i tanti Marco Panzetti che ogni giorno raccolgono risorse per sostenere le cause sociali</strong> e quindi per rendere ancora possibile il nostro <em>welfare</em> sociale. E questo la dice lunga sulla necessità, raccolta nel regolamento dell&#8217;Associazione, di aprire le porte e accogliere tutti coloro che fino ad oggi non si sono riconosciuti in quest&#8217;area professionale.</p>
<p>Certamente il tempo porterà maggiore consiglio e quindi saremo di nuovo pronti a rinnovare e rilanciare quest&#8217;importante iniziativa. <strong>Al 2013!</strong></p>
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		<title>Festival del Fundraising arriviamo!</title>
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		<pubDate>Tue, 08 May 2012 15:40:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Bagli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Professione fundraiser]]></category>
		<category><![CDATA[eventi]]></category>
		<category><![CDATA[festival]]></category>
		<category><![CDATA[fund raising]]></category>
		<category><![CDATA[fundraising]]></category>
		<category><![CDATA[Sud Sudan]]></category>
		<category><![CDATA[tecniche e strategie di fundraising]]></category>

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		<description><![CDATA[Anche per il 2012 la Scuola di Roma Fund-Raising.it partecipa al Festival del Fundraising con tutti i suoi membri e in particolare terrà direttamente due seminari. Mercoledì 9 maggio Andrea Caracciolo di Feroleto terrà una sessione su &#8220;Le nuove idee per il fund raising&#8221; Il workshop è il seguito della survey sul futuro del fund [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="rt-image" title="La Scuola di Roma Fund-Raising.it al Festival del Fundraising 2012" src="http://www.blogfundraising.it/wp-content/uploads/2012/05/festival-fundraising-scuola-fundraising.jpg" alt="Festival del Fundraising 2012 e Scuola di Roma Fund-Raising.it" width="431" height="124" /></p>
<p>Anche per il 2012 la Scuola di Roma Fund-Raising.it partecipa al <strong>Festival del Fundraising</strong> con tutti i suoi membri e in particolare terrà direttamente due seminari.</p>
<p>Mercoledì 9 maggio Andrea Caracciolo di Feroleto terrà una sessione su <a title="Festival Fundraising 2012" href="http://www.festivaldelfundraising.it/programma_popup.php?programma_id=76" target="_blank" rel="nofollow"><strong>&#8220;Le nuove idee per il fund raising&#8221;</strong></a></p>
<p>Il <em>workshop</em> è il seguito della <a title="Survey sul futuro del fundraising" href="http://www.blogfundraising.it/survey-fundraising/"><strong><em>survey</em> sul futuro del fund raising</strong></a> lanciata dalla Scuola di Roma Fund-Raising.it nel Festival del 2010, al termine di una ricerca che ha coinvolto molti professionisti italiani e internazionali del settore.</p>
<p>Scopo del <em>workshop</em> sarà di fare il punto sulle nuove tendenze evidenziate nella <em>survey</em> e la messa a fuoco di ulteriori nuove idee oltre allo sviluppo di nuovi approcci. Perché il <strong>successo del fund raising</strong> dipende da una buona strategia, una buona pianificazione e idee innovative.<span id="more-2236"></span></p>
<p>Giovedì 10 maggio sarà la volta di Armanda Salvucci e Anna Fabbricotti che presenteranno due casi di <strong>eventi di raccolta fondi</strong>. Il titolo della sessione è <a title="Festival del Fundraising 2012" href="http://www.festivaldelfundraising.it/programma_popup.php?programma_id=77" target="_blank" rel="nofollow"><strong>&#8220;Fund raising.. there’s a party!!! Come trarre il massimo dagli eventi di fund raising&#8221;</strong></a>.</p>
<p>Se opportunamente pianificati gli eventi sono un aspetto importante della <strong>strategia di fund raising</strong> di un&#8217;organizzazione e un modo per incrementare il coinvolgimento dei volontari e creare consenso verso una causa sociale.</p>
<p>A partire dalla storia di due associazioni si trarranno alcuni spunti operativi da poter applicare immediatamente. La prima è <strong>Isla ng bata</strong>, associazione che è riuscita a trasformare un piccolo evento in un appuntamento atteso in un quartiere popolare di Roma e a triplicare la loro raccolta fondi. Il secondo caso è quello di <strong>Cesar Onlus</strong>, la quale, grazie ai donatori fedeli e ai volontari, con un evento diffuso sul territorio ha creato una rete di gruppi di appoggio in tutta Italia, che sta facendo crescere la raccolta fondi.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Fundraising e mission: Accattatevill&#8217;</title>
		<link>http://www.blogfundraising.it/sul-fund-raising/fundraising-e-mission-accattatevill/</link>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2012 14:27:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armanda Salvucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sul fund raising]]></category>
		<category><![CDATA[commercio]]></category>
		<category><![CDATA[fund raising]]></category>
		<category><![CDATA[fundraising]]></category>
		<category><![CDATA[mission]]></category>
		<category><![CDATA[raccolta fondi]]></category>
		<category><![CDATA[tecniche e strategie di fundraising]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono appena tornata da Londra, città che adoro e dove il non profit prolifera a tutti i livelli. Girando per le strade di questa splendida città ho visto una cosa che mi ha fatto riflettere e sulla quale mi sono posta un bel po&#8217; di domande. Un negozio di Oxfam, associazione presente in molte parti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="rt-image" title="Fundraising mission e negozi" src="http://www.blogfundraising.it/wp-content/uploads/2012/05/fundraising-negozi.jpg" alt="negozi-fundraising-mission" width="431" height="249" /></p>
<p>Sono appena tornata da <strong>Londra</strong>, città che adoro e dove il <strong>non profit</strong> prolifera a tutti i livelli.</p>
<p>Girando per le strade di questa splendida città ho visto una cosa che mi ha fatto riflettere e sulla quale mi sono posta un bel po&#8217; di domande. Un <strong>negozio di Oxfam</strong>, associazione presente in molte parti del mondo e da poco anche in Italia, che esponeva in vetrina i suoi bellissimi <em>gadgets</em>.</p>
<p>Chiariamoci: Oxfam non è messa in discussione. È l&#8217;<strong>idea del negozio</strong> che mi lascia veramente perplessa. Non so voi ma io se penso ad un negozio penso ad un luogo meramente commerciale, dove c&#8217;è uno scambio di merce e soldi e dove di solito (non sempre) si emette scontrino fiscale. Un negozio in cui le commesse aspettano con ansia che entrino i clienti. E mi ha sorpreso vedere appunto il negozio di quest&#8217;organizzazione accanto a quello di Kentucky Fried Chicken, ad uno studio dentistico o ad un alimentari indiano.<span id="more-2230"></span></p>
<h2>Fundraising: mission a rischio?</h2>
<p>Non so ancora se sono d&#8217;accordo con questa <strong>forma di fund raising</strong>. Il rischio secondo me è che anche la <em>mission</em> diventi commerciale e che in questo modo le associazioni diventino: &#8220;Ah sì, quella che ha il negozio a Via della Croce&#8221;; oppure: &#8220;Che vende delle cose così carine!” Appunto: &#8220;vende&#8221;.</p>
<div class="t-banner1">
<div class="t-banner-inner"><span class="t-banner-title green">E la <em>mission</em>? I progetti? Dove vanno a finire? Sullo scontrino, al posto del classico &#8220;Arrivederci e grazie per averci scelto&#8221; ? Non mi convince&#8230;</span></div>
</div>
<p>La prossima volta voglio entrarci. E capire&#8230;</p>
<p>Ps. Ricordate di <strong><a title="Segui la Scuola di Roma Fund-Raising.it su Twitter!" href="https://twitter.com/#!/fundraisingroma" target="_blank">seguirci su Twitter</a></strong>!</p>
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		<title>Il donatore in tempo di crisi: verso un maggiore attivismo?</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 11:01:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Fabbricotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Donazioni da individui]]></category>
		<category><![CDATA[Network e community fund raising]]></category>
		<category><![CDATA[attivismo]]></category>
		<category><![CDATA[cesar]]></category>
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		<category><![CDATA[Sud Sudan]]></category>
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		<description><![CDATA[Ciao a tutti! Oggi vorrei lanciare un sassolino, tirando fuori un argomento su cui si dibatte, è vero, tanto, ma che sembra nessuno poi prenda sul serio: la crisi. Siamo nel pieno di una crisi economica che, seppur mondiale, sta producendo in maniera forte i suoi effetti anche qui in Italia, strozzata dal pericolo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="rt-image" title="Donatori e crisi economica" src="http://www.blogfundraising.it/wp-content/uploads/2012/04/donatori-crisi.jpg" alt="donatori-crisi-economica" width="431" height="235" /></p>
<p>Ciao a tutti! Oggi vorrei lanciare un sassolino, tirando fuori un argomento su cui si dibatte, è vero, tanto, ma che sembra nessuno poi prenda sul serio: <strong>la crisi</strong>.</p>
<p>Siamo nel pieno di una <strong>crisi economica</strong> che, seppur mondiale, sta producendo in maniera forte i suoi effetti anche qui in Italia, strozzata dal pericolo di recessione vagheggiato dai &#8220;mercati&#8221;, ovvero dalle borse, ma anche e soprattutto da quella diffusa illegalità che porta i nomi della corruzione, dell&#8217;evasione, delle truffe e via dicendo. Questi fenomeni di illegalità si trovano in ogni strato della nostra società ed inquinano interi settori e spazi vitali del nostro paese.</p>
<p>Ma il nostro è un paese che sta soprattutto attraversando <strong>una profonda crisi sociale</strong>, con la perdita dei valori civili e non solo, l&#8217;aumento del razzismo, dell&#8217;individualismo ed uno sfrenato e sempre più stratificato qualunquismo.</p>
<p>In questo triste e sconsolante scenario il <strong>non profit italiano</strong>, con i suoi volontari, il suo senso di comunità, il suo impegno civile diventa un valore fondamentale, va oltre il suo ruolo di sostegno al <em>welfare</em> diventandone il paladino, diffondendo valori e solidarietà, princìpi e diritti di cui in tanti sentono oggi la mancanza. Un vero e proprio antidoto alla crisi!<span id="more-2217"></span></p>
<h2>Aumento dell&#8217;attenzione verso le piccole e medie organizzazioni non profit</h2>
<p>La conferma di questo, sta in quell&#8217;<strong>aumento delle donazioni alle piccole OnP</strong> sparse sul territorio, spesso protagoniste di azioni concrete di sostegno alle diverse fragilità del luogo, e dell&#8217;improvvisa crescita di <strong>attenzione e solidarietà</strong> che stanno ricevendo molte piccole o medio piccole organizzazioni finora abbastanza &#8220;ignorate&#8221; dal pubblico.</p>
<div class="t-banner1">
<div class="t-banner-inner"><span class="t-banner-title green">Sia chiaro, le <strong>donazioni</strong> nel loro insieme sono diminuite fin dai primi sintomi della crisi e, sia nelle piccole sia nelle grandi organizzazioni non profit, se ne vedono gli effetti. Colpisce però l&#8217;aumento di partecipazione e coinvolgimento che ho notato e mi è stato raccontato in diverse realtà.</span></div>
</div>
<p>Un po&#8217; probabilmente trainati dalla <strong>scarsità di liquidità</strong> che rende più limitata la loro donazione, un po&#8217;, credo, da quel senso di <strong>&#8220;fare comunità&#8221;</strong> di cui si sente una profonda mancanza e che in tempi di crisi fa riscoprire valori e princìpi perduti&#8230;Non so perché, ma in diverse organizzazioni mi raccontano che sono aumentati i volontari e coloro che chiedono di visitare, conoscere, partecipare, magari a un evento o a un incontro informale.</p>
<p>Si rivolgono alle organizzazioni attive sul territorio e che lavorano per questo o per cause sociali forti, importanti. Cercano un&#8217;idea di solidarietà più attiva, più partecipata. Io stessa sto vivendo quest&#8217;esperienza con i gruppi di appoggio di volontari, creati su tutto il territorio italiano da donatori che hanno voluto legarsi di più alla <strong>causa della Fondazione Cesar</strong>, di cui sono responsabile della raccolta fondi, per raccogliere altri fondi e sensibilizzare i loro territori alla causa del Sud Sudan.</p>
<p>Per molti è stato, a loro stesso dire, <strong>un ritorno alla cittadinanza attiva</strong>, al fare, al partecipare e dunque esserci. E diverse altre organizzazioni con cui sono in contatto mi hanno raccontato esperienze diverse ma simili, con i loro <strong>donatori diventati &#8220;attivisti&#8221;</strong>. Come fund raiser non posso ignorare queste realtà apparentemente contrapposte: <strong>diminuiscono le donazioni, aumenta la partecipazione</strong>.</p>
<p>Vuol dire qualcosa rispetto al nostro lavoro? Io credo di sì! Che sia una nuova strada da percorrere anche per noi <strong>fundraiser</strong>?</p>
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		<title>Raccolta fondi: che fine fara&#8217; se la solidarieta&#8217; e&#8217; virtuale?</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 14:03:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Bagli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sul fund raising]]></category>
		<category><![CDATA[campaigning]]></category>
		<category><![CDATA[donatori]]></category>
		<category><![CDATA[email]]></category>
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		<category><![CDATA[raccolta fondi]]></category>
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		<description><![CDATA[Qualche giorno fa su Facebook una mia amica mi ha spedito un messaggio che recitava più o meno così: &#8220;Ciao a tutte. Senza rispondere a questo messaggio mettete un cuore sulla vostra bacheca senza commento. Solo un cuore. Poi inviate questo messaggio a tutte le vostre amiche. Solo alle donne. E postate un cuore sulla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="rt-image" title="Fundraising virtuale" src="http://www.blogfundraising.it/wp-content/uploads/2012/04/fundraising-virtuale.jpg" alt="fundraising virtuale" width="431" height="155" /></p>
<p>Qualche giorno fa su Facebook una mia amica mi ha spedito <strong>un messaggio</strong> che recitava più o meno così:</p>
<p><em>&#8220;Ciao a tutte. Senza rispondere a questo messaggio mettete un cuore sulla vostra bacheca senza commento. Solo un cuore. Poi inviate questo messaggio a tutte le vostre amiche. Solo alle donne. E postate un cuore sulla bacheca della persona che vi ha inviato questo messaggio. Se qualcuno vi chiede perché avete tanti cuori in bacheca, non rispondete. Questo è solo per le donne, perché è la settimana per la ricerca sul cancro al seno: un piccolo gesto di solidarietà femminile. Grazie&#8221;.</em></p>
<p>A quel punto su Internet mi sono messa a cercare notizie sulla <strong>settimana per la ricerca sul cancro al seno</strong> pensando: “Forse mi è sfuggita”. Sono andata sui siti delle principali organizzazioni che si occupano del tema e non ho trovato nulla.</p>
<p>Ho pensato allora che questa fosse una campagna puramente simbolica senza nessun legame con una &#8220;azione&#8221;, fosse anche una <strong>raccolta di fondi</strong>. <span id="more-2159"></span></p>
<div class="t-banner1">
<div class="t-banner-inner"><span class="t-banner-title green">E pensandoci, riflettendo sul senso di fastidio che provo ogni volta che ricevo messaggi di questo tipo sono andata a ritroso nella mia casella di posta e ho scoperto che non sono poche le campagne simboliche di questo tipo che circolano!</span></div>
</div>
<p>Gli <strong>ingredienti</strong> sono sempre gli stessi: un tema di largo consenso, un simbolo facile, qualche cuoricino, un braccialetto, una coccardina; insomma quello che vi pare oltre a una buona, vecchia, catena di Sant&#8217;Antonio o passaparola se vi sembra più dignitoso.</p>
<p>Insomma una sceneggiatura facile e ad effetto che però mette in secondo piano (ma anche in terzo, quarto&#8230;) il <strong>senso dell&#8217;operazione</strong>: per cosa lo si fa? Con quale obiettivo? Come? Perché?</p>
<p>Le uniche risposte possibili a queste domande sembrano riguardare la mera sfera individuale annullando quella sociale: <strong>fare un gesto che metta a posto la propria coscienza</strong>. Un gesto semplice, a buon mercato che non richiede sforzi né costi e anche poca riflessione e attivazione delle cellule neuronali.</p>
<p>Un gesto che ti permette di sentirti parte di un popolo, dalla parte giusta, di giocarti una parte di identità prendendo posizione. Un gesto che ti regala <strong>la sensazione di esserti &#8220;mobilitato&#8221;</strong>, di aver fatto qualcosa!</p>
<p>Dopo aver pensato un po&#8217; alla questione e non avendo la possibilità di pigiare il tastino &#8220;Non mi piace&#8221; (si dovrebbe proporre a Facebook!) <strong>ho risposto al messaggio</strong> ricevuto facendo il bastian contrario (cosa che mi viene molto bene), affermando che questo tipo di campagne mi hanno scocciato, lasciano tutto sommato il tempo che trovano, sono un sedativo di massa (come direbbe Montalbano: &#8220;Ho fatto scarmazzo!&#8221;). Risultato: ho aperto un dibattito e ho perso qualche contatto.Ma va bene così!</p>
<h2>Quando il <em>campaigning</em> è a buon mercato</h2>
<p><strong>Poi è partita un&#8217;altra riflessione:</strong> questo tipo di atteggiamento &#8220;spontaneo&#8221; (spontaneistico&#8230;)  che viaggia sui <em>social network</em>s forse è un po&#8217; figlio di un <em>campaigning</em> a buon mercato. Ho ritrovato molti <em>cliché</em> presenti nella campagne delle grandi organizzazioni o nei gesti dei vip testimonial di grandi campagne o la semplice intenzione di dimostrare quanto Internet mobiliti. Mobilitare, appunto. Il problema è proprio questo.</p>
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<div class="t-banner-inner"><span class="t-banner-title green">Vedo un grande rischio in tutto questo <em>campaigning</em>: mobilitare ad un gesto virtuale e non ad un&#8217;azione. La mobilitazione senza azione sociale e collettiva è una enorme e dorata bolla di sapone.</span></div>
</div>
<p>E <strong>se la solidarietà diventa virtuale</strong> cosa succede? Diventa la panacea di tutti i mali: peggio dell&#8217;oppio dei popoli!</p>
<p>Se in questo grande mobilitarsi a vuoto ci mettiamo <strong>il fund riasing</strong>, la donazione rischia di diventare il <a title="Survey sul futuro del fundraising" href="http://www.blogfundraising.it/survey-fundraising/"><strong>sostituto dell&#8217;azione sociale</strong></a> e il sedativo delle coscienze. Porterà tanti soldi, magari (ma non credo proprio). Di certo però non sarà una buona educazione per il donatore. Meglio ricordare allora che H. Rosso diceva che il fund raising è la nobile arte di insegnare a donare e non la mera raccolta di fondi.</p>
<p>La mia convinzione, forse dovuta alla mia età e alla mia formazione, è che <strong>la solidarietà e l&#8217;azione sociale non possano diventare in nessun modo virtuali</strong> e che milioni di &#8220;Mi piace&#8221; non valgono neanche la metà dell’azione sociale di 10 persone. L&#8217;azione sociale è impegno. Se mettiamo il fund raising nell’azione sociale concreta e non in quella virtuale avremmo forse meno <em>followers</em>, ma più donatori fedeli perché si assumono un impegno.</p>
<p>In fondo <strong>c&#8217;è da domandarsi che tipo di donatori vogliamo</strong>: i consumatori della domenica o i partner della nostra azione? E soprattutto: gli individui responsabili e consapevoli preferiscono il supermercato della solidarietà o nuove forme di azione sociale?</p>
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		<title>Perche&#8217; c&#8217;e&#8217; bisogno di un&#8217;associazione di tutti i fundraisers</title>
		<link>http://www.blogfundraising.it/associazione-fundraiser/perche-ce-bisogno-di-unassociazione-di-tutti-i-fundraisers/</link>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 11:12:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Coen Cagli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Associazione fundraiser]]></category>
		<category><![CDATA[assif]]></category>
		<category><![CDATA[fund raising]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[raccolta fondi]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 29 marzo 2012 l&#8217;Associazione dei Fundraiser ha approvato il nuovo regolamento che apre l&#8217;Associazione a tutti coloro che si occupano di raccolta fondi: professionisti, volontari, lavoratori, dirigenti. Più che una regola, si tratta di una sfida&#8230; Elena Zanella, fundraiser professionista molto dinamica e attiva nel dibattito sulla raccolta fondi, ha espresso con estrema chiarezza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="rt-image" title="Assif Associazione Italiana Fundraiser" src="http://www.blogfundraising.it/wp-content/uploads/2012/04/assif-fundraising.png" alt="Assif-fundraising" width="431" height="181" /></p>
<p>Il 29 marzo 2012 l&#8217;Associazione dei Fundraiser ha approvato il <strong>nuovo regolamento che apre l&#8217;Associazione a tutti coloro che si occupano di raccolta fondi</strong>: professionisti, volontari, lavoratori, dirigenti. Più che una regola, si tratta di una sfida&#8230;</p>
<p><strong>Elena Zanella</strong>, <em>fundraiser</em> professionista molto dinamica e attiva nel dibattito sulla raccolta fondi, ha espresso con estrema chiarezza <strong><a title="Blog di Elena Zanella" rel="nofollow" href="http://elenazanella.wordpress.com/2012/04/16/verso-una-professionalita-crescente-del-terzo-settore-anche-di-noi-fundraiser/" target="_blank" rel="nofollow">la sua posizione</a></strong> circa l&#8217;identità che debba assumere l’<strong><a title="ASSIF" href="http://www.assif.it/" target="_blank">Associazione Italiana Fundraiser</a></strong> (già Assif). Questa si trova in bilico tra essere l&#8217;associazione  di tutti coloro che si occupano di raccolta fondi per cause sociali, a prescindere dalla loro posizione professionale interna o esterna alle organizzazioni, o solo di coloro che fanno del fund raising la loro carriera professionale, rappresentando e tutelando questa professione nei confronti delle organizzazioni non profit datrici di lavoro. Per comodità chiameremo questa seconda identità <em>professional</em>.<span id="more-2164"></span></p>
<p><strong>Elena Zanella propende per la seconda, affermando che:</strong> &#8220;Se è vero che la tendenza è quella della professionalizzazione del settore, allora rappresentare una parte definita della comunità, (quella dei <em>professional</em> appunto &#8211; N.d.R.),  significa tutelarne i diritti e avere la credibilità giusta per affrontare temi anche spinosi ai tavoli istituzionali&#8221;.</p>
<p>Infatti <strong>Elena aggiunge che:</strong> “Sono dell&#8217;idea che ASSIF abbia i requisiti per far leva e favorire all&#8217;accelerazione della dinamica in atto, al fianco del professionista del fundraising interno che non lo dice ma si aspetta di guadagnare un po&#8217; di più. Rappresentando il popolo di chi si occupa di fundraising &#8211; che sia o meno retribuito intendo dire -, siamo davvero convinti di essere nella posizione di poter dettare condizioni? Io credo di no&#8221;.</p>
<p>Per Elena, insomma, facendo quadrato attorno ai <strong>professionisti retribuiti del fund raising</strong> e difendendo anche e soprattutto i loro diritti retributivi si è più forti e si fa un buon servizio anche ai <em>fundraisers</em> &#8220;interni&#8221; ad un&#8217;organizzazione (ossia che ne sono membri e non dipendenti) affinché abbiano retribuzioni migliori.</p>
<div class="t-banner1">
<div class="t-banner-inner">
<p><span class="t-banner-title green">Pensiero chiaro e onesto quello di Elena. Al quale però vorrei rispondere affermando il mio punto di vista, già ampiamente rappresentato durante l&#8217;Assemblea dell&#8217;Associazione del 29 marzo scorso, che invece ha votato un allargamento della base dell&#8217;Associazione.</span></p>
</div>
</div>
<h2>La retribuzione del <em>fundraiser</em> non è l&#8217;unica questione importante</h2>
<p class="dropcap"><span class="dropcap">1</span>Primo. <strong>La dimensione professionale del fund raising non può essere riassunta nella questione retributiva.</strong> Il fatto di essere pagati e pagati bene è uno degli aspetti di una professione ed è molto importante. Ma ve ne sono altri, importanti anch&#8217;essi, che riguardano il tempo, le competenze e le capacità, il senso di responsabilità, ecc. Pertanto difficilmente la questione retributiva da sola può essere la ragione per affermare a tutto tondo una professionalità forte dei <em>fundraisers</em>. Inoltre va preso atto che i <em>fundraisers</em> di un&#8217;organizzazione sono liberi, se vogliono, di farlo volontariamente, ossia senza retribuzione e questo non vuol dire automaticamente che lo facciano in maniera non professionale.</p>
<p>Io non credo, come invece crede Elena, che i <em>fundraisers</em> non <em>professional</em> vogliano più soldi ma non hanno coraggio di chiederlo. O almeno non credo che sia un problema di tutti.  Forse semplicemente <strong>non hanno l&#8217;identità di dipendente</strong>. Forse sono volontari. Forse sono imprenditori che investono insieme ad altri per rendere sostenibile la causa sociale e con essa anche sostenibile il loro ruolo professionale.</p>
<div class="t-banner1">
<div class="t-banner-inner"><span class="t-banner-title green">Se proprio si vuole essere una sorta di &#8220;sindacato&#8221; della categoria,  bisogna decidere se esserlo dei dipendenti, dei dirigenti o degli imprenditori. Difficile esserlo di tutti e tre. Sicuramente è più facile e più importante essere l&#8217;Associazione (e non il sindacato) di tutti e tre.</span></div>
</div>
<h2>I <em>professional</em> sono molto meno numerosi dei <em>fundraisers</em> reali</h2>
<p class="dropcap"><span class="dropcap">2</span>Secondo. <strong>I <em>professional</em> in Italia sono un numero infinitamente minore dei <em>fundraisers</em> reali</strong>. Pertanto, se vogliamo fare un discorso di forza di impatto conviene senza dubbio rappresentare l&#8217;intera categoria e non solo quella dei <em>professional</em>. Il problema è se l&#8217;Associazione voglia o meno rappresentare le aspettative, le problematiche e le sfide che accompagnano la vita professionale di tutti coloro che si dannano l&#8217;anima per trovare fondi. Ossia: volontari, presidenti e soci di associazioni, soci lavoratori di cooperative sociali e, chiaramente, <em>professional</em>, che ogni mattina si svegliano e devono <strong>fare fund raising</strong>.</p>
<p>È una scelta politica e strategica, questa. Non una scelta tattica. La sfida sta anche nel fatto che per l&#8217;Associazione l&#8217;inclusione di questi soggetti non è una cosa naturale, non avviene spontaneamente, ma è un obiettivo da praticare e raggiungere avendo un&#8217;idea chiara di come fare. L&#8217;ASSIF dovrà parlare loro (a tutto il popolo dei <em>fundraisers</em>) e non aspettare che questi vengano in un&#8217;associazione che forse fino ad oggi poco ha detto circa le loro sfide, le loro attese e i loro problemi reali. Credo che i <strong>gruppi locali</strong> possano e debbano avere soprattutto questa funzione di accogliere e far riconoscere in quest&#8217;area professionale tutti quelli che ancora non hanno percepito l&#8217;esistenza dell&#8217;Associazione. Non essere, quindi, soltanto il momento di ritrovo dei colleghi.</p>
<div class="t-banner1">
<div class="t-banner-inner"><span class="t-banner-title green">Attenzione: il prossimo censimento ISTAT metterà in evidenza il fatto che vi sono almeno 450.000 organizzazioni non profit.  Questo vuol dire che vi sono almeno 225.000 <em>fundraisers</em> in giro per l&#8217;Italia (facendo un calcolo minimalista e pensando che in media 1 organizzazione su 2 ha un <em>fundraiser</em> di fatto). Questa è la vera rappresentanza che bisogna fondare. Allora sì che avremo forza sui tavoli.</span></div>
</div>
<h2>Anche i <em>fundraisers</em> non professional sono forti</h2>
<p class="dropcap"><span class="dropcap">3</span>Terzo. <strong>Ma perché pensare che i non <em>professional</em> siano meno forti dei <em>professional</em>?</strong> Ma abbiamo idea di quanti presidenti, direttori, soci fondatori di organizzazioni fanno fund raising?</p>
<p>Noi spesso diamo a tutti coloro che non sono <em>professional</em> una connotazione di    volontari giovani e scalcinati in cerca di un lavoro retribuito.</p>
<div class="t-banner1">
<div class="t-banner-inner"><span class="t-banner-title green">Forse sarebbe necessario fare una vera ricerca su <strong>chi sono i <em>fundraisers</em> oggi in Italia</strong> e non una raccolta di notizie su quelli che sono già soci dell&#8217;Associazione.</span></div>
</div>
<p>Inoltre vedo una certa incoerenza tra l&#8217;idea che dovremmo rappresentare solo i <em>professional</em> (la parte “tosta”) essendo meno inclusivi sugli altri, mentre poi dovremmo spalancare le porte agli studenti. Chiarito che io non ho nulla in contrario a far entrare i giovani candidati <em>fundraisers</em> (ho votato a favore), va preso atto, però, che loro  ancora non fanno fund raising e li facciamo entrare, mentre quelli che già lo fanno li dovremmo tenere fuori.  Perchè?</p>
<h2>I problemi politico-sociali del fund raising</h2>
<p class="dropcap"><span class="dropcap">4</span>Quarto. <strong>Oggi in Italia i grandi problemi del fund raising sono innanzitutto politici e sociali ancora prima che strettamente professionali e sindacali.</strong> E, soprattutto, il problema del fund raising non è un problema dei <em>fundraisers</em> ma è un problema di tutti:    degli individui (donatori e non), delle aziende, delle fondazioni e chiaramente delle organizzazioni non profit, che sono chiamati a rispondere alla sfida della sostenibilità delle cause e delle politiche sociali.</p>
<p>Il punto di vista espresso da Bernardino Casadei nell’Assemblea del 29 marzo mi sembra un invito ad allargare l&#8217;orizzonte circa <strong>il significato e il peso sociale del fund raising</strong>. Una rappresentanza di tipo prettamente &#8220;sindacale e di categoria&#8221; rischia di portare il fund raising lontano dall&#8217;arena in cui si dibatte di questa grande sfida e di metterlo all&#8217;angolo di un <em>ring</em> dove gli avversari sono la crisi economica, uno stato che rema contro il fund raising pur invocandone l&#8217;esistenza, una legislazione restrittiva circa le agevolazioni, una serie di <em>opinion leaders</em> che minimizzano il ruolo del non profit. Insomma un angolo del ring in cui si rischia di prendere un sacco di botte.</p>
<h2>In conclusione: occorre rappresentare il peso politico del fund raising</h2>
<div class="t-banner1">
<div class="t-banner-inner"><span class="t-banner-title green">Si verrà presi sul serio sui tavoli che contano se si è in grado di rappresentare il <strong>peso politico del fund raising</strong> e non certo solo il peso professionale di qualche centinaio di <em>professional</em>.</span></div>
</div>
<p>Queste sono le ragioni che hanno portato i soci il 29 marzo a scegliere per una rappresentanza larga e non certo un&#8217;intenzione di indebolire la categoria, che poi sarebbe solo masochismo.</p>
<p>Certo se il consiglio direttivo così come tutti i soci danno seguito a quest&#8217;orientamento sarà difficile affermare la <strong>centralità del fund raising nel nostro paese</strong>. Forse servirebbero un programma politico e un&#8217;azione forte per far entrare (accogliendoli  a braccia aperte) le migliaia di individui che popolano il fund raising in Italia.</p>
<p>Insomma, aprire le porte dell&#8217;Associazione e chiamarli a raccolta invece di mettere semplicemente un campanello alla nostra porta al quale possano bussare. Oltre ad essere un raduno tra colleghi, soprattutto i gruppi territoriali possono svolgere questa funzione e diventare dei momenti per dialogare con quelli che non stanno nell&#8217;associazione, ascoltandoli, riconoscendoli quali <em>fundraisers</em>, coinvolgendoli e chiedendo loro di assumersi <strong>responsabilità al pari dei soci</strong>.</p>
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		<item>
		<title>Fund raising e welfare sociale: la societa&#8217; corre piu&#8217; veloce del fund raising</title>
		<link>http://www.blogfundraising.it/sul-fund-raising/fund-raising-e-welfare-sociale-la-societa-corre-piu-veloce-del-fund-raising/</link>
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		<pubDate>Fri, 13 Apr 2012 14:35:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Coen Cagli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fund raising per la PA e i servizi pubblici]]></category>
		<category><![CDATA[Network e community fund raising]]></category>
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		<description><![CDATA[È di qualche giorno fa la notizia (segnalatami dal mio amico Andrea Caracciolo) che a seguito della mobilitazione dei genitori dei bambini che frequentano gli asili comunali di Modena, l&#8217;assessore all&#8217;istruzione ha deciso di abbandonare l&#8217;idea di dismettere la gestione degli asili e appaltarla a soggetti privati o cooperative e di dare vita ad una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="rt-image" title="Welfare di comunità" src="http://www.blogfundraising.it/wp-content/uploads/2012/04/welfare-comunità.png" alt="welfare-comunità" width="431" height="235" /></p>
<p>È di qualche giorno fa la notizia (segnalatami dal mio amico Andrea Caracciolo) che a seguito della mobilitazione dei genitori dei bambini che frequentano gli <strong>asili comunali di Modena</strong>, l&#8217;assessore all&#8217;istruzione ha deciso di abbandonare l&#8217;idea di dismettere la gestione degli asili e appaltarla a soggetti privati o cooperative e di dare vita ad una <strong>fondazione non profit</strong> che si occupi di gestirli, mantenendo gli stessi standard di quelli pubblici <a title="Il Fatto Quotidiano" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/02/privatizzazione-degli-asili-modenesi-vincono-genitori-nascera-fondazione/201734/" target="_blank"><strong>(leggi l&#8217;articolo)</strong></a>.</p>
<p>Apparentemente sembra un fatto meramente amministrativo. Invece nasconde, a mio avviso, una tendenza molto forte a rivedere i modelli di gestione del bene pubblico dopo il fallimento del <em>welfare state</em> e del libero mercato, guardando al delicato rapporto tra soggetti coinvolti nei servizi pubblici e reperimento delle risorse. E un invito a rivedere il senso e la <strong>natura del fund raising</strong> (come ha invitato a fare B. Casadei di Assifero. Vedi oltre).</p>
<p>La creazione della fondazione, infatti, permetterebbe di accedere in modo diverso a risorse differenti (oltre quelle delle tasse, peraltro bloccate in modo drastico dal patto di stabilità sottoscritto dai comuni e che impone tagli indiscriminati alla spesa pubblica per il bene del pareggio di bilancio).</p>
<p>Pertanto con questo tipo di scelte il <strong>fund raising</strong> diventerebbe la strategia finanziaria principale per sostenere i servizi pubblici e in qualche modo assumerebbe un significato sociale, politico ed economico pari a quello delle tasse. Come dire: da strumento di marketing per il sociale a politica economica attraverso il quale la comunità si garantisce servizi e benessere sociale.<span id="more-2137"></span></p>
<h2>Fund raising come strumento di politica economica del Welfare Sociale</h2>
<div class="t-banner1">
<div class="t-banner-inner"><span class="t-banner-title blue">Questa è una bella svolta per il <strong>fund raising</strong>, che da sempre è stato trattato come una zeppa da mettere al sistema dell&#8217;economia pubblica e a quello del libero mercato laddove questi non sono in grado di occuparsi di importanti cause sociali e che invece adesso, zitto zitto, si proporrebbe come un nuovo strumento di <em>governance</em> del bene pubblico.</span></div>
</div>
<p>Entusiasmante! Per altro, io insieme ad altri avevamo sospettato già da tempo che questa era la vera <strong>portata sociale e politica del fund raising</strong> (si veda il mio manuale sul fund raising, la <a title="BlogFundraising - Knowledge Center" href="http://www.blogfundraising.it/knowledge-center/sul-fund-raising/"><strong><em>lectio magistralis</em> tenuta ad ASVI</strong></a> e la recente <a title="Survey sul futuro del fundraising" href="http://www.blogfundraising.it/survey-fundraising/"><strong>Survey sul futuro del fundraising</strong></a>). Vedere queste notizie mi riempie il cuore di gioia per due ragioni:</p>
<ul class="bullet-1">
<li>La prima è che questo processo di cambiamento del <strong>senso del fund raising</strong> ci aiuta forse a liberarci dalla dimensione &#8220;markettara&#8221; del fund raising, che guarda al donatore come una specie di consumatore che noi dobbiamo portare verso i nostri prodotti, e ad accogliere una dimensione più politica, che conferisce al donatore l&#8217;identità di un attore primario nella <em>governance</em> delle cause sociali e del bene pubblico ed esprime un potere anche attraverso un controllo responsabile delle risorse (incluse le proprie).</li>
<li>La seconda è che <strong>ci avevamo visto giusto</strong> (lo so che è antipatico autocelebrarsi, ma per me la capacità di vedere il futuro è una grande sfida!).</li>
</ul>
<p>Certo <strong>non basta fare una fondazione</strong> per compiere questo processo. Anzi, se questo si riassume nella mera invenzione di una istituzione non profit, si rischia di fare delle finte fondazioni come nel caso di alcune trasformazioni applicate ad enti lirici e altri enti analoghi, che hanno mantenuto la stessa <em>governance</em> e non hanno sfruttato il potere del fund raising.</p>
<p>Penso piuttosto a fondazioni di comunità (o altre forme analoghe), in cui chi dona soldi volontariamente partecipa alla gestione dei progetti finanziati sia come utente sia come erogatore di servizi. Insomma da donatore ad investitore sociale. Da &#8220;tifoso&#8221; delle cause sociali ad attore delle cause sociali. Lo abbiamo chiamato anche <strong>fund raising di comunità</strong>, scorgendone la presenza in varie forme: dalle fondazioni di comunità appunto, ad alcuni aspetti del <em>crowdfunding</em>, ad alcune forme moderne di mutuo aiuto (g.a.s.; forme di microcredito comunitario, ecc.).</p>
<h2>I limiti di un approccio basato sul marketing</h2>
<p>In questo senso, mi ritrovo molto con una delle critiche (costruttive) sull&#8217;attuale fund raising che <strong>Bernardino Casadei, segretario di Assifero</strong>, ha fatto presenti all&#8217;assemblea dell’Associazione Italiana Fundraiser, mettendo in mostra i limiti dell&#8217;approccio di marketing e il rischio che produca paradossi quali l&#8217;aumento dei costi, una sbagliata concorrenza tra le cause sociali e la minimizzazione del donatore rispetto al dono (inteso come incamerare soldi.</p>
<p>Casadei ha invitato a &#8220;riscoprire e promuovere il dono non come via per raccogliere fondi, ma come fine in sé, come principio in grado di fondare la nostra società e di permetterci di superare una crisi che è illusorio sperare di affrontare semplicemente migliorando l&#8217;efficienza del sistema. In questo modo è probabile che alla fine si raccoglieranno risorse probabilmente maggiori di quelle che è possibile attirare con le tecniche di marketing, perché si potrà così dare una risposta a quelle che sono le esigenze più profonde e vere della persona, esigenze che la società in cui viviamo non sempre è in grado di soddisfare”. Credo sia molto utile <a title="Intervento ASSIFERO" href="http://www.assifero.org/A_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=4002&amp;IDCategoria=7" target="_blank"><strong>riascoltare il suo intervento</strong></a>.</p>
<div align="center">
<p><iframe width="431" height="322" src="http://www.youtube.com/embed/eV8WAVYLTaA?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe>
</p>
</div>
<p>Personalmente non la ritengo una critica. L&#8217;ho sempre pensata così durante tutta la mia carriera di <em>fundraiser</em>. E credo che sia urgente riscoprire quest&#8217;anima sociale, civile, politica (nel senso migliore del termine) del fund raising. Pena: un deperimento della nostra disciplina. Casi come quello della Fondazione per gli asili di Modena ci fanno capire che spesso <strong>la società è più innovativa e dinamica di quanto lo siamo noi professionisti</strong>.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Fund raising e cooperazione sociale: quali opportunita&#8217;?</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2012 10:44:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giosue Pasqua</dc:creator>
				<category><![CDATA[Network e community fund raising]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
		<category><![CDATA[comunità locale]]></category>
		<category><![CDATA[cooperative]]></category>
		<category><![CDATA[cooperative sociali]]></category>
		<category><![CDATA[fund raising]]></category>
		<category><![CDATA[nuova politica sociale]]></category>
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		<description><![CDATA[La Cooperazione Sociale, un patrimonio per l&#8217;Italia, sembra aver perso in questi anni il ruolo di protagonista nella proposta di politiche sociali innovative. È sempre più schiacciata in un ruolo di sussidiarietà nella gestione di servizi sociali alla persona e accede prevalentemente a finanziamenti pubblici. La recente ricerca di Luca Fazzi, sociologo dell&#8217;Università di Trento, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="rt-image" title="Fundraising e cooperazione sociale" src="http://www.blogfundraising.it/wp-content/uploads/2012/04/fundraising-cooperazione-sociale.png" alt="Fundraising cooperazione sociale" width="431" height="180" /></p>
<p>La <strong>Cooperazione Sociale</strong>, un patrimonio per l&#8217;Italia, sembra aver perso in questi anni il ruolo di protagonista nella proposta di politiche sociali innovative.</p>
<p>È sempre più schiacciata in un ruolo di sussidiarietà nella gestione di servizi sociali alla persona e accede prevalentemente a finanziamenti pubblici.</p>
<p>La recente <strong>ricerca di Luca Fazzi</strong>, sociologo dell&#8217;Università di Trento, su un campione di 400 cooperative sociali, conferma questa pericolosa tendenza: nella maggioranza le cooperative Onlus attraversano una fase di stasi se non di difficoltà economiche e intervengono su rischi sociali standard (per lo più storici).</p>
<p>Solo le <strong>cooperative di dimensioni medie e grandi</strong>, forti della capacità di collaborazione in rete, del personale qualificato, di professioni eterogenee e con una imprenditorialità accentuata sperimentano un&#8217;innovazione totale che va oltre le pratiche più tradizionali e i rischi sociali consolidati negli anni.</p>
<p>Accedono a finanziamenti misti (pubblici e privati) e rispondono in maniera innovativa ai nuovi rischi sociali.</p>
<p>Nel 2012 la finanza locale per i servizi sociali riceverà un 12% in meno di risorse economiche.</p>
<p><span id="more-2122"></span></p>
<div class="t-banner1">
<div class="t-banner-inner"><span class="t-banner-title green">Nella crisi economica e di valori in corso è quasi naturale l&#8217;incontro della <strong>Cooperazione Sociale con il fund raising</strong>, inteso come strategia di sostenibilità che attinge a risorse miste (pubbliche, di individui, fondazioni e aziende)</span></div>
</div>
<p>Con gli strumenti propri del fund raising (analisi e valorizzazione del capitale sociale e dei saperi dell&#8217;organizzazione non profit) le cooperative sociali possono lanciare un nuovo modello di <strong>welfare di comunità,</strong> in un ruolo di parità sostanziale con l&#8217;Ente Pubblico nella progettazione, direzione e gestione di servizi.</p>
<h2>Verso un nuovo modello di politica sociale?</h2>
<p>Il <strong>radicamento territoriale</strong>, la forza delle reti e delle relazioni, la capacità di ideazione, la lettura dei bisogni e delle nuove vulnerabilità sociali, favoriscono la cooperazione sociale nel lavoro di ricerca di risorse economiche &#8220;altre&#8221; e nel creare una nuova politica sociale.</p>
<p>Il presupposto è la capacità di &#8220;essere comunità&#8221;, di riorganizzarsi secondo regole imprenditoriali e non ultima di favorire l&#8217;accesso alla <a title="Formazione al fund raising: le parole sono importanti" href="http://www.blogfundraising.it/la-formazione/formazione-al-fund-raising-le-parole-sono-importanti/"><strong>formazione sul fund raising</strong></a> di dirigenti e operatori sociali, riconvertendo ad una nuova professione energie interne e motivate.</p>
<p>Nel Lazio, in Sicilia, in Veneto e altrove alcune cooperative sociali stanno sperimentando la <strong>raccolta fondi su progetti specifici</strong> e si sono dotate di una strategia di fund raising al servizio di innovazione e sostenibilità nei  servizi.</p>
<p>Se ne parla poco. Invito tutti a <strong>raccontare e far conoscere le proprie esperienze</strong>.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Se questo e&#8217; un donatore</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Mar 2012 10:30:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Caracciolo di Feroleto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Donazioni da individui]]></category>
		<category><![CDATA[Sul fund raising]]></category>
		<category><![CDATA[donatori]]></category>
		<category><![CDATA[donazioni]]></category>
		<category><![CDATA[fund raising]]></category>
		<category><![CDATA[fundraising]]></category>
		<category><![CDATA[sponsorizzazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Alcuni giorni fa ho letto una notizia che mi ha colpito. Non tanto per la notizia ma per come il giornale l&#8217;ha trattata. Il titolo dell&#8217;articolo era Ballo sul cubo per i bimbi africani. Si racconta l&#8217;esperienza di Imelda Lee Carioni, una ragazza italo-malese di 27 anni che sostiene un&#8217;associazione di sostegno a distanza che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="rt-image" title="Donazione ANIA" src="http://www.blogfundraising.it/wp-content/uploads/2012/03/donazione-ania.jpg" alt="donazione-ania" width="431" height="280" /></p>
<p>Alcuni giorni fa ho letto una notizia che mi ha colpito. Non tanto per la notizia ma per come il giornale l&#8217;ha trattata.</p>
<p>Il titolo dell&#8217;articolo era <strong><a title="Ballo sul cubo per i bimbi africani" href="http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/12_marzo_18/imelda-cubista-doppia-vita-volontaria-bambini-2003729245425.shtml" target="_blank">Ballo sul cubo per i bimbi africani</a></strong>. Si racconta l&#8217;esperienza di Imelda Lee Carioni, una ragazza italo-malese di 27 anni che sostiene un&#8217;associazione di sostegno a distanza che si chiama <strong><a title="Mondobimbi Toscana Onlus" href="www.mondobimbi.org" target="_blank">Mondobimbi Toscana Onlus</a></strong>. Un&#8217;associazione che, a detta di Imelda, ad oggi si prende cura di 700 bambini tra i 3 ed i 17 anni e attraverso cui Imelda ha adottato a distanza due bambini.</p>
<p>Non è sull&#8217;organizzazione che però mi voglio soffermare ma sul <strong>donatore</strong>. Nell&#8217;articolo si parla di come una persona che faccia la cubista possa coniugare valori sociali con la propria professione.<span id="more-2105"></span></p>
<h2>Una donatrice autentica</h2>
<p>Innanzitutto mi sembra di poter dire che la ragazza faccia una professione di cui non ci si debba vergognare, perciò il fatto non sussiste. Al limite potrebbe essere un problema per un&#8217;organizzazione che si occupa di una causa sociale in contrasto con la professione di Imelda o con valori diametralmente opposti. Qui, tuttavia, non vedo problemi e infatti l&#8217;organizzazione ha fatto di Imelda <strong>un <em>fundraiser</em> oltre che un&#8217;attivista</strong>.</p>
<div class="t-banner1">
<div class="t-banner-inner"><span class="t-banner-title red">Visto il modo con cui Imelda presenta l&#8217;organizzazione, devo dire che è molto più centrata di molti <em>fundraiser</em>. È riuscita a dare un valore testimoniale alla sua esperienza, che poi è quello che si richiede a un donatore o che vorremmo il donatore facesse.</span></div>
</div>
<p>Posso tranquillamente dire che <strong>non sopporto proprio chi dice che dona ma che non si debba sapere</strong>. Il fatto che Imelda doni e che faccia la cubista mi sembra dunque una notizia del tutto superflua: infatti quante organizzazioni ci sono che non hanno la più pallida idea di chi siano i loro donatori?</p>
<h2>Donazione o sponsorizzazione?</h2>
<p>Venendo in ufficio mi sono invece imbattuto in una donazione molto ben pubblicizzata. L&#8217;<strong><a title="ANIA" href="http://www.fondazioneania.it" target="_blank">ANIA Fondazione per la Sicurezza Stradale</a></strong> ha donato le &#8220;strisce pedonali&#8221; alla collettività nel quartiere di Roma dove abbiamo la nostra sede.</p>
<p>Che l&#8217;oggetto della donazione sia in linea con la <em>mission</em> non lo stiamo nemmeno a sindacare. La <em>mission</em> è infatti legata alla sicurezza stradale.</p>
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<div class="t-banner-inner"><span class="t-banner-title red">La mia domanda riguarda invece in questo caso l’organizzazione beneficiaria. Chi sarebbe? Il Comune di Roma? Il municipio? Un&#8217;associazione di cittadini?</span></div>
</div>
<p>Non potrebbe trattarsi, nel caso in questione, di <strong>una pubblicità e dunque di una sponsorizzazione</strong>? È evidente che il posto abbia una grande esposizione e dunque anche il marchio del soggetto donatore. Oppure è una donazione più vicina alla <strong>responsabilità sociale d&#8217;impresa</strong> e dunque legata alla <em>mission</em> (a questo punto, però, la questione ritorna al chi è l&#8217;organizzazione beneficiaria e la relativa <em>mission</em>)?</p>
<p>Estendo a voi la questione, <strong>chi tra Imelda e l&#8217;ANIA è un vero donatore?</strong></p>
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