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Fund Raising di comunita’. Due esperienze eccezionali!

Ho avuto il piacere e la fortuna di intervenire al convegno organizzato dall’Area Welfare della Azienda Sanitaria 5 del Basso Friuli “La Fondazione di Partecipazione”. Oltre a notare che c’è un mondo di amministratori e operatori socio-sanitari serissimi e che lavora in vera sintonia con la propria comunità, ho avuto l’occasione di ascoltare due storie meravigliose di fund raising tipicamente italiano.

La prima riguarda la Fondazione Comunità Attiva di Canobbio. Una fondazione che si occupa di garantire servizi sanitari di qualità in una vallata della Provincia di Verbania che per ragioni logistiche rischia di rimanere ai margini dei servizi socio-sanitari di zona. Per iniziativa di alcuni medici di base, che sono stati in grado di coinvolgere i comuni della valle, si è dato vita ad una fondazione partecipata da tutta la comuità locale (cittadini, aziende, fondazioni bancarie, ecc…) che attraverso proprie risorse garantisce oggi un alto livello di qualità nell’accesso alle prestazioni sanitarie. Solo per dirne una: nello scorso Natale c’è stata una raccolta di fondi per il miglioramento delle dotazioni dei serivizi sanitari locali, con una raccolta di 30.000 euro su una popolazione di 8.000 anime circa.

La seconda riguarda la Fondazione Valentino Pontello Onlus che opera in favore delle persone con disabilità psico-fisica ed intellettiva del territorio della Comunità Collinare del Friuli e delle loro famiglie. Costituita come evoluzione di una associazione di famiglie e grazie ad un lascito, oggi ha un sistema di fund raising di comunità che le ha permesso nel tempo di costruire una casa alloggio per disabili e una miriade di inziative che migliorano concretamente la vita dei disabili e delle loro famiglie. Con un interessante sistema di governance veramente basato su una attenta analisi degli stakeholders.

Mi piace segnalare questi  casi per due ragioni: la prima è che vi è un modo per fare le fondazioni partendo da un itinerario di attivazione sociale e di partecipazione solidaristica piuttosto che da meri ragionamenti speculativi. La seconda è che ci sono tanti elementi di qualità nel fund rising in Italia poco “modaioli” ma di grandissima qualità. Casi che mettono in evidenza la grande forza del fund raising di comunità, che è emersa già dalla nostra survey sul futuro del fund raising che invito tutti  a leggere, alle radici dell’erba. Un fund raising che è molto legato all’attivismo sociale e non alla carità. Forse è da questo che bisogna ripartire per un rilancio della nostra disciplina.

Commenti

Pubblicato il
Nov 02, 2011
Pubblicato da
Giuseppe Cacòpardo

Ciao Massimo, come sai, non mi piace citarmi, faccio però un’eccezione alla regola e ti segnalo un articolo sul mio blog, ispirato a due importanti “imprese sociali”. Una non la cito perché in fase di costituzione e start up, l’altra è la Cooperativa Sociale La Meridiana di Monza, il cui caso ho presentato all’ultimo Festival del Fundraising insieme a Francesca Mangano e al Direttore, Dr. Roberto Mauri. Si allarga l’interesse sul tema “impresa sociale”. L’attuale crisi e la necessità di riforma profonda e partecipata del welfare in Italia sollecitano riflessioni ed esperienze nuove e innovative. Parliamone! Grazie, ciao, Beppe
http://beppecacopardo.wordpress.com/2011/10/05/impresa-sociale-e-fundraising-la-crisi-economica-e-del-welfare-state-le-opportunita-di-sviluppo-dellimpresa-sociale/

Massimo Coen Cagli
Pubblicato il
Nov 02, 2011
Pubblicato da
Massimo Coen Cagli

Carissimo Beppe, è un piacere ospitare il tuo intervento. Tra l’altro – sarà un caso – ieri sera ero proprio sul tuo blog per leggere l’interessantissimo post che hai segnalato in questo tuo commento e che invito tutti a leggere perchè molto chiaro e sistematico.
Credo davvero che siamo alla soglia di un forte cambiamento nelle strategie di sosenibilità del non profit che vada verso una logica più imprenditoriale sociale. Il discorso sarebbe lungo, ma è chiaro che, anche alla luce della profonda crisi del welfar, il non profit debba responsabilmente essere portatore di una nuova imprenditorialità sociale in grado di produrre modelli organizzativi dei servizi efficaci e sostenibili. Questo non vuol dire che tutti si debba diventare delle “Imprese sociali” così come definite dalla legge e che in tutto e per tutto sono disegante sulla identità delle cooperative sociali. Ognuno avrà la sua forma e ci sarà sempre spazio per il tradizionale volontariato così come per il buon vecchio filantropismo. Non è tanto un problema di forme (che pure c’è) ma di sostanza: lavorare per il raggiungimento di obiettivi sociali con criteri di impresa quali investimento, rischio, controllo di qualità, governance responsabile con gli stakeholders e altro ancora. E la sfida è tanto più importante visto che al centro non c’è la sostenibilità delle organizzazioni ma del nostro welfare sociale, problema sul quale sia il mercato sia l’economia pubblica hanno definitivamente fallito. E questo riguarda anche i donatori che sono il nostro princpale stakeholders. Della cosa si parla nel post http://www.blogfundraising.it/donazioni-da-individui/fund-raising-senza-valore-aggiunto-necessario-forse-ma-non-per-forza-giusto/#comments e mi farebbe molto piacere raccolgiere un tuo punto di vista. COme sempre saggio e qualificato. A presto.

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