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Fondazione Comunita’ Attiva: come fare nuovo welfare con il fundraising

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Il 12 aprile sarò a Cannobio (VCO) per un’iniziativa – piccola se vogliamo, in quanto circoscritta ad una realtà locale – ma di grandissimo significato per i problemi nazionali con i quali l’Italia si sta confrontando in questi giorni.

Si tratta del convegno Il centro medico e la fondazione come bene comune. Cittadini e amministrazioni per un nuovo welfare di comunità”, organizzato dalla Fondazione Comunità Attiva e dal Comune di Cannobio in occasione dei 10 anni del Centro di Medicina Attiva della Valle Cannobina.

A mio avviso si tratta di una esemplificazione di come si possa creare nuovi sistemi di welfare di comunità basati anche e soprattutto su una nuova forma di economia sociale o di comunità che ha al suo centro lo strumento del fundraising. Tra l’altro non su cose marginali ma sul core del nostro welfare: la sanità. Una esperienza in cui il fundraising diventa la leva anche per la democratizzazione della gestione dei servizi. È per questo che è stata inserita nell’itinerario della nostra Scuola, “Fundraising. Un altro welfare è possibile”.

La Fondazione nasce per iniziativa dei municipi della Valle Cannobina, che raccolgono e mettono a sistema, in una logica di partnership, l’esperienza del Centro Medicina Attiva, un’iniziativa sociale voluta fortemente dal dott. Antonio Lillo (in quanto cittadino e medico) che ha permesso alla valle di avere una serie di servizi socio-sanitari altrimenti non disponibili, se non a molta distanza, e di coordinare l’attività dei medici di base anche con sistemi innovativi e ad alta tecnologia, per svolgere meglio il lavoro di assistenza alla comunità.

I fatti ci permettono di osservare l’impatto che tale azione ha per la comunità locale.

  • Un centro di medicina che oltre a mettere in rete e integrare il lavoro dei medici di base della valle offre, direttamente sul territorio, servizi medici e sanitari altrimenti fruibili solo a decine di chilometri di distanza, dotandosi anche di strumentazioni e apparecchiature specialistiche, garantendo i prelievi per le analisi e la consegna dei referti, avviando un centro di telesoccorso e teleassistenza.
  • Un servizio di trasporto gratuito per prestazioni sanitarie disponibili solo fuori della valle.
  • Un fondo di solidarietà per sostenere temporaneamente persone in difficoltà economica.
  • Un pulmino che garantisce il servizio di trasporto tra i differenti centri della valle.
  • Il sostegno economico al servizio del 118 in valle, necessario a garantire adeguati livelli di funzionamento e assicurare il servizio di emergenza a tutti gli abitanti.
  • Il miglioramento delle strutture del reparto di chirurgia di Verbania (quindi fuori della valle!).
Inoltre, è stata ed è motore di una cultura della solidarietà e della responsabilità di tutti verso “i beni comuni” e in particolare di un bene primario, che è quello della salute e delle cure mediche, laddove le ristrettezze economiche pubbliche non permettono più di garantire efficienza ed efficacia dei servizi.

Un’iniziativa che con lungimiranza ha anche investito sui giovani studenti universitari spingendoli a realizzare le loro tesi di laurea sul fundraising e su altri aspetti fondamentali per la Fondazione in modo tale da garantire professionalità e innovazione.

In chiave moderna, l’iniziativa ripropone l’essenza del welfare sociale italiano che, ancora molto prima del welfare di Stato, trova le sue radici nell’impegno della società civile, della comunità, di quella che oggi chiameremmo cittadinanza attiva, coinvolgendo tutte le componenti e le istituzioni di base della comunità: dai comuni, alle parrocchie, alle associazioni di base, ai gruppi amicali e di interesse.

Ecco, quest’esperienza, per quanto facilitata (ma fino ad un certo punto) dalle piccole dimensioni, rappresenta molto bene quello che possiamo chiamare il fundraising per un nuovo welfare. Eh sì! Perché tutto questo è stato possibile grazie ad una capillare e continua azione di raccolta fondi che non è fatta di grandi filantropi ma di una diffusa partecipazione di tutti.

La Fondazione è strutturata in tre tipi di fondi: quelli in memoria (legati a lasciti e donazioni di singole persone), quelli progettuali (basati per lo più su microdonazioni legate a progetti e servizi specifici) e ultimamente da un fondo di solidarietà che è destinato ad aiutare le persone più svantaggiate. C’è anche un grande benefattore (relativamente) che è la Banca di Intra che ha messo a disposizione il capitale minimo per poter costituire la Fondazione e che spesso interviene a sostenere altri progetti. Con un fundraising a tutto tondo e non con operazioni episodiche e straordinarie. Lo chiamiamo, noi, community fundraising.

Sicuramente non è l’unico caso in cui la società interviene a costruire o ricostruire pezzi di welfare. Non lo fa, però, in una mera logica caritatevole e di beneficenza, ma come modalità di partecipazione attiva alla vita della comunità, entrando in qualche modo nella governance del welfare con idee, passione, competenze anche professionali oltre che risorse economiche.

Insomma: il fundraising per riappropriarsi del bene comune in modo democratico (esattamente l’opposto della privatizzazione dei servizi).

Un altro esempio in tal senso è rappresentato dalla costruzione del nuovo ospedale dei bambini di Monza (specializzato in leucemia), voluto e costruito dalla comunità ma che è in tutto e per tutto una struttura pubblica inserita nel servizio sanitario della ASL.

Questo spirito tipicamente italiano di economia civile e di comunità è alla base di una ripresa di senso del fundraising (ne parla qui Luigino Bruni in un ottimo commento al libro di G. Moro su Avvenire). Di questo andrò a parlare agli amici della Fondazione Comunità Attiva, proprio perché rappresenta una concretizzazione e un modello al quale ispirarsi per rifondare alcuni presupposti del nostro fundraising e renderlo più pertinente rispetto ai grandi problemi sociali che abbiamo di fronte.

Certo, per fare cose del genere c’è bisogno di un cambiamento profondo del modo di pensare il fundraising, la donazione e anche i servizi di welfare, in cui donatore e organizzazioni si fondono, insieme alle autorità, in un nuovo modello di governance dei servizi.

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