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Fund raising: la Croce Rossa Italiana da’ una lezione

Fund raising: la Croce Rossa Italiana da’ una lezione

Fundraising Croce Rossa Italiana

In questi giorni è circolata la proposta di partecipare ad una gara di appalto per la realizzazione di un evento di fund raising a favore della Croce Rossa Italiana. Rappresenta uno dei documenti più utili per capire fino in fondo cosa non sia il fund raising. Complimenti!

La sua lettura aiuterà non poco i giovani professionisti della raccolta fondi a comprendere da quali rischi bisogna guardarsi e i professionisti di lunga data a comprendere come vada affermata, in fretta e con forza, una cultura e delle regole condivise sul fund raising.

Il fatto che tale documento venga da un’antica e titolata  istituzione sociale, lo rende particolarmente “autorevole”.

Lo potete leggere per intero qui, mentre di seguito vorrei commentare alcuni passi salienti.

Il fundraising come servizio esterno all’Associazione

Fund raising Croce Rossa Italiana 1

Secondo la Croce Rossa Italiana il fund raising è quindi un prodotto-servizio fornito da un soggetto esterno a scatola chiusa. Questo prodotto si basa sulla capacità dell’agenzia (di fund raising? Di comunicazione e eventi?) di attrarre sponsor e donatori. L’Associazione non c’entra nulla con la capacità di raccogliere fondi. Il fund raising non è dell’Associazione ma di un tecnico esterno che lo fornisce alla Associazione.

Il fundraising come mezzo per trovare donazioni e non donatori

Fund raising Croce Rossa Italiana 2

Speriamo che lo determinino prima dell’evento. Forse potrebbe essere utile far sapere ai donatori (partecipanti all’evento) per cosa servono i loro soldi oltre che a passare una bella serata tra cantanti e vip. Se non ricordo male il fund raising è la raccolta di risorse per una missione e un progetto. Se mancano queste il fund raising non può che essere indebolito e il donatore non sa per cosa deve dare i soldi. Quindi non sa cosa deve controllare a posteriori per capire se la sua donazione è stata efficace o meno.

Sospetto quindi che si pensi che i donatori partecipino per l’evento e non certo per il progetto o per la Croce Rossa Italiana, magari perché ci sono gli ospiti del Grande Fratello o dell’Isola dei Famosi, qualche attore, un paio di cantanti, qualche giocatore di calcio. E poi tanta bella gente… Il fund raising quindi non serve a trovare dei donatori ma eventualmente solo donazioni.

Fundraising a percentuale

Ma andiamo a identificare questi donatori e a cercare di capire chi dovrebbero essere.

Fund raising Croce Rossa Italiana 3

Dunque la Croce Rossa Italiana indicherà degli invitati la cui donazione sarà presa interamente dalla Croce Rossa Italiana stessa. Beh, certamente non la devono prendere altri. Ma la questione è: “Ma se sono tuoi donatori c’è bisogno di fare un grande evento per chiedere la loro donazione? Perché spendere una caterva di soldi per chiedere la donazione ad un donatore? Con tanto di gara di appalto poi”!

E tutti i donatori che non sono stati indicati dalla Croce Rossa Italiana che fine fanno? Se li prende l’agenzia? Vediamo come vengono ripartiti i soldi.

Fund raising Croce Rossa Italiana 4

Quindi l’agenzia è un donatore della Croce Rossa Italiana. Ma siamo sicuri che è una donazione? Oppure è l’acquisto della possibilità di usare il marchio dell’Associazione? Sotto il profilo fiscale di cosa si tratta? Infatti l’Agenzia si “riprende” la sua “donazione” attraverso i proventi dell’evento. Cosa ha donato quindi?

Fund raising Croce Rossa Italiana 5

Beh, qui è tutto chiaro. L’agenzia ha speso dei soldi che gli vanno rifondati, più un 10% di premio.

Fund raising Croce Rossa Italiana 6

Accidenti! Questo punto è fantastico! Traduco in termini pratici: tolto quanto dovuto alla Croce Rossa Italiana perché proviene dai donatori segnalati da essa, tolti i costi dell’evento più 10% di premio, tutto il restante, ossia il grosso dell’evento di beneficenza (e sottolineo beneficenza) va diviso tra Croce Rossa Italiana (che prende un 60%) e l’Agenzia che prende il resto. Con questo resto l’agenzia si riprende i 50.000 euro donati all’Associazione, più tutto quello che riesce a guadagnarci. Questo resto che cos’è? Una donazione? No, certo. È il provento di un’azione commerciale dell’Agenzia verso la Croce Rossa Italiana. Quindi io donatore partecipo all’evento per donare alla Croce Rossa Italiana e con i miei soldi la questa paga l’Agenzia. Più si dona per la causa (ma quale è?) più si arricchisce (onestamente) l’agenzia.

Un fundraising dal profilo fiscale poco chiaro

Continuo a sospettare che il profilo fiscale e tributario di tutto ciò è poco chiaro e forse anche un po’ equivoco. Soprattutto pensando che la Croce Rossa Italiana è un ente “controllato” dallo Stato. A tal proposto ho chiesto a Carlo Mazzini di analizzarlo e darci dei lumi. Io non sono un esperto. Sollevo solo il dubbio.  Dubbio che forse si dovrebbero far venire anche le Istituzioni che patrocinano e controllano la Croce Rossa Italiana. Caro Napolitano, vorrei sapere il tuo parere…

Fund raising Croce Rossa Italiana 7

Al di là della forma, è la sostanza che mi preoccupa:

  • il fund raising è una attività esterna all’organizzazione.
  • il fundraiser lavora a percentuale con lo scopo quindi di aumentare quanto più le entrate e quindi i propri profitti.
  • il resto è strumentale all’obiettivo economico (ricordo che il fund raising è un mezzo per la missione e la sua organizzazione e non viceversa. Così almeno la pensava Rosso e la pensiamo tutti noi).
  • I donatori sono un terzo incomodo: devono dare i soldi in cambio di qualcosa di piacevole da scambiare (vecchio principio del marketing). Il loro ruolo rispetto alla missione e all’organizzazione è strumentale. Ossia: non sono uno stakeholder.
Poi ci si domanda perché i donatori italiani donano meno. Poi ci si domanda perché il fund raising non va più tanto di moda, così come il non profit. Poi ci si domanda perché tanti giovani professionisti che vorrebbero mettersi al servizio del non profit non trovano spazio. Poi ci si domanda… e bisognerebbe dare delle risposte differenti.

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Commenti

Pubblicato il
feb 22, 2012
Pubblicato da
Carlo Mazzini

E’ sempre molto difficile dall’esterno dare un giudizio sulle raccolte fondi (pubbliche o campagne ecc.) perché ciò che l’osservatore – anche esperto – non può conoscere sono le condizioni degli accordi, dei contratti tra l’ente e i fornitori, il funzionamento delle cose, ciò che sta dietro (detto senza dietrologia).

Senza dare un giudizio che non potrebbe essere che sommario (anagramma del veneto “somaro mi!”), rileviamo l’aspetto dei compensi riconosciuti a chi vince la gara dei servizi del fund raising.
Già Massimo ha posto la questione del fee in percentuale, e la sua posizione mi sembra pienamente sottoscrivibile.
Io metto insieme la natura dell’ente, il tipo di evento che organizza e la questione, appunto, dei costi.

L’associazione Italiana della Croce Rossa è ente di diritto pubblico non economico.
Ritengo che debba sottostare tra l’altro alle norme – per quanto compatibili – che regolano gli enti non commerciali.
In relazione alle attività di raccolta pubblica di fondi, riporto parte del testo della Circ 59 del 2007 dell’Agenzia delle Entrate, la quale riferiva che

“La normativa sopra richiamata (art 2, DLgs 460/97, NDR), con la previsione di specifiche condizioni e di appositi adempimenti nonché con l’attribuzione di poteri di vigilanza all’Agenzia per le ONLUS, evidenzia la necessità di sorvegliare le modalità di raccolta nonché di assicurare la destinazione dei fondi al progetto o alle attività per i quali è stata posta in essere la raccolta e di contenere – richiedendo l’occasionalità dell’iniziativa – l’apparato organizzativo e i conseguenti costi amministrativi e di gestione.
Occorre, pertanto, individuare e quantificare un rapporto tra i fondi raccolti e la loro destinazione, prevedendo che i costi totali, sia amministrativi sia per l’attività di raccolta fondi, debbano essere contenuti entro limiti ragionevoli e tali da assicurare che, dedotti tali costi, residui, comunque, una certa quota di fondi da destinare ai progetti e alle attività per cui la stessa campagna è stata attivata.
A tale proposito, si ritiene che i fondi raccolti debbano essere destinati per la
maggior parte del loro ammontare a finanziare i progetti e l’attività per cui la raccolta fondi è stata attivata. I fondi raccolti, in sostanza, non devono essere utilizzati dall’ente per autofinanziarsi a scapito delle finalità solidaristiche che il legislatore fiscale ha inteso incentivare.”

La domanda pertanto è se le modalità di “funzionamento” della raccolta descritte nel testo rispetti dette condizioni.
A mio avviso no.

Pubblicato il
feb 22, 2012
Pubblicato da
Massimo Coen Cagli

Grazie mille Carlo per il tuo parere, come sempre puntuale e preciso. Purtorppo conferma i miei dubbi.

Pubblicato il
feb 22, 2012
Pubblicato da
Daniela

Mooooooooolto interessante!!

Pubblicato il
feb 22, 2012
Pubblicato da
luigi vittorio

Ciao Massimo,
tralasciando solo per un attimo la mia opinione su la croce rossa, in particolare qui a Roma (anche se la comunicazione è tutto per un donatore…) volevo provare a approfondire con te solo uno dei punti che hai sollevato e cioè quello del compenso a percentuale per un fundraiser. credo ci siano buoni argomenti per essere a favore e altrettanti per essere contrari, mi piacerebbe ragionare ad alta voce con te e con chi legge e ne ha voglia. Mi sto interrogando allo stesso modo dentro la mia organizzazione.
i pro:
avere una percentuale sul totale stimola il professionista, qualsiasi sia il suo mestiere, e quindi vale (ahimè) per il fundraiser come per un venditore di aspirapolvere a dare il meglio di se, a gestirsi in autonomia il tempo e a legarsi a dei risultati piuttosto che al tempo impiegato a raggiungerli, e di solito c’e’ una buona proporzione tra quanto si è lavorato, se si lavora bene, e quanto si incassa. TUTTI i liberi professionisti lavorano in questo modo! anche l’idraulico che mi ripara il lavabo, se ci mette un attimo buon per lui, ma sempre 70 euro mi chiede…
i contro
il risultato della raccolta quanto è legato al buon nome della organizzazione e quanto alla capacità del fundraiser? se mi proponessero di lavorare per la “onlus tutela del topo randagio” e mi dicessero “la metà degli incassi sono per te” quanto mai potrei guadagnare a fine mese??
viceversa, se alla serata per la onlus migliore di roma (spes contra spem, ad esempio :-) ) arriva Bulgari e lascia 30mila euro, quella donazione è frutto della capacità dell’organizzatore della serata, o del buon nome della onlus?

in conclusione. la retribuzione di un fund raiser, si puo’ legare in parte al risultato che porta? e si come?

Pubblicato il
feb 24, 2012
Pubblicato da
Massimo Coen Cagli

Carissimo, ti ringrazio per il tuo intervento che tocca uno dei problemi centrali di cui ho avuto modo di parlare in altri luoghi.

Sono daccordo con te che la questione non può essere risolta solo con delle dichiarazioni eticistiche nè tanto meno essere messa in corner in nome di un libero spirito commerciale.

Cerco di mettere ordine.

1 – Il primo errore è lavorare solo sul concetto di percentuale come parte del ricavato di una azione di fund raising. A parte che come dici tu (e anche io da tanto tempo) è difficile attribuire il successo di una azione di raccolta fondi al fundraiser piuttosto che alla organizzazione o al progetto (a volte anche alla fortuna), resta per me saldo il principio che i soldi vengono raccolti per un progetto e quindi a favore dei beneficiari (in senso lato) e che l’azione di fund raising non deve prevedere risultati di tipo commerciale per chi la realizza (altrimenti avrei dei seri problemi a comprendere il reale profilo fiscale e tributario dei soldi che circolano, come nel caso della CRI), Quindi io dico no alla percentuale sul ricavato. Aggiungo che questa pratica è stata usata dai procacciatori di fondi, ossia coloro che ti portano in dote una relazione con una azienda, con un uomo politico o chicchessia ti possa concedere un finanziamento e che a questo punto lo fa solo per un motivo relazionale o per una convenienza personale relativizzando in modo bieco la causa sociale e la efficacia del progetto. Ribadisco: a questo sistema io dico no

2 – Spesso si appiattisce il ruolo del fund raiser solo sul momento della raccolta in senso stretto. Mentre invece il grosso del lavoro di un consulente strategico (come me) sta proprio in tutto il lavoro per creare i presupposti del successo: strategia delle proposte, posizionamento strategico, comunicazione, relazioni con gli stakeholders, management, ecc… Tali aspetti sono ragione del successo ma in modo sistemico e diffuso e non solo direttamente funzionale. Se la consulenza è stata fatta bene il successo arriverà prima o poi e durerà a lungo. In tal senso mi sembra molto difficile stabilire in quale lasso di tempo debbano essere calcolate le percentuali da attribuire al consulente o al fundraiser. E’ evidente che questo tipo di azione è un costo per il consulente (e in quanto tale deve essere retribuito, a patto che se non è bravo si rescinde il contratto) e un investimento per la organizzazione.

3 – L’unico aspetto che mi spinge (da sempre) a mettermi in gioco come fundraiser rispetto al risultato è proprio quello del rischio dell’investimento. Ossia: ogni investimento ha un rischio. Su questo si gioca il successo per la organizzazione come per ogni impresa che si rispetti. Ora se io sto aiutando una organizzazione ad avere successo è chiaro che la sto aiutando ad investire e quindi ad assumere un rischio che io stesso (se sono convinnto) posso in parte sostenere. Più che di percentuale quindi parlerei di concorso nel sostenere il rischio. Che vuol dire in pratica? Io come consulente ho una tariffa sulla quale dico: 80% me lo dai a prescindere e 20% ce lo metto come quota di rischio. Se raggiungiamo i risultati me lo dai, altrimenti pazienza. Al limite mi dai un piccolo premio in più (premio e non percentuale). Allora il sistema premiale mi spinge, come dici tu a fare ancora meglio. Aggiungo che se il risutlato supera l’obiettivo atteso, io, come consulente, voglio essere sicuro che viene usato per migliorare il progetto per il quale si sono raccolti i fondi o per rinvestirlo in fund raising. Non voglio un euro in pià di quanto pattuito (incluso il premio). E’ molto diverso dalla percentuale.

4 – Ma io mi assumo un rischio, in quanto consulente, solo se mi fido della organizzazione. E quindi voglio essere sicuro che questa si dà da fare come mi dò da fare anche io. Questo vuol dire che: il presidente apre la propria rubrica dei contatti, mette in prima fila i dirigenti nel fare raccolta fondi, investe sul personale interno dando incarichi di fund raising, fa bene i suoi progetti e si dota di un sistema di qualità, investe tempo e danaro sul fund raising, ecc…. ALtrimenti non capisco perchè io debba correre un rischio a favore della organizzazione. Spesso il discorso della percentuale ha convenienze solo per la organizzazione e non per il consulente fundraiser perchè mentre assicura che quest’ultimo si darà da fare per raggiungere il successo, al contrario rappresenta una scusa per la organizzazione per non fare null,a caricando il peso del rischio solo sul fundraiser. Sapessi, caro Luigi Vittorio quanti fundraiser ho visto mandati a quel paese e accusati di non essere capaci, se non imbroglioni, da organizzazioni che non hanno alzato un dito per darsi da fare sul serio per il fund raising!!!!

Comunque ti consiglio di vedere anche qui, su linkedin, dove si è discusso di ciò: http://www.linkedin.com/groupItem?view=&gid=3119717&type=member&item=23126061&commentID=69705154&goback=.gmp_3119717&report.success=K9_HUSywdXYdPpOQ5LQn4BKmt92rp7A1DkSolnvVyOtB50ziwXJbdR6m8dZr5RqZYfqf-mfEgcn#commentID_69705154

Grazie ancora per il tuo prezioso contributo

Pubblicato il
feb 23, 2012
Pubblicato da
Simona

Ciao Massimo, ho letto con molto interesse il tuo post.
Quello che mi ha lasciata perplessa (diciamo così) è l’approccio commerciale dell’intera operazione.
Non che ci sia nulla di male, ci mancherebbe: leggendo le clausole del contratto sono tornata indietro di qualche tempo, a quando questo era il modo in cui impostavo i rapporti tra i contraenti. Fatto bene, dunque…ma il “cuore” dov’è? Mi spiego: il rapporto emozionale tra il potenziale donatore e la buona causa io non riesco a vederlo.
Abbiamo sempre detto che una delle differenze del fare marketing sociale, del FundRaising, è il passaggio dal “do ut des” con prestazione equivalenti caratteristico dei contratti al rapporto non equivalente – in termini di prestazione(donazione)/controprestazione(benefit della onp) – tipico delle relazioni tra donatore e organizzazione nonprofit. Elemento, questo, che mi ha sempre fatto pensare all’impossibilità – non giuridica ma, come dire, di merito – di esternalizzare i servizi di raccolta fondi.
Diciamo che non capisco l’adesione “morale”, di cuore, dove sia: ripeto, non giuridicamente, o fiscalmente, o sotto qualunque profilo di correttezza formale, s’intende, che sicuramente sarà rispettato.
Mi chiedo però io, come potenziale donatore, che tipo di feeling possa sentire rispetto ad una operazione di raccolta fondi in cui il coinvolgimento dell’organizzazione passa esclusivamente attraverso la fornitura di un marchio e un contratto di appalto.
Non so, è proprio il metodo che non condivido, ma mi piacerebbe sentire altri pareri per approfondire le ragioni alla base della decisione della CRI.

Pubblicato il
feb 24, 2012
Pubblicato da
Massimo Coen Cagli

Toc Toc? C’è nessuno lì alla CRI? Ci date una risposta?

Mi spiace cara Simona, non posso rispondere per loro. Dico solo che non si può far finta di nulla e andare avanti così. Perchè questi fenomeni (come in parte quello dei dialogatori commerciali o delle false sponsorizzazioni marchette fatte in alcuni cai per la cultura, ecc…) non possono che rendere antipatico, inutile we obsoleto il fund raising agli occhi dei donatori che quindi divorzieranno dal non profit.

“Chi sbaglia nel fund raising, avvelena anche te: digli di smettere!”

Pubblicato il
feb 23, 2012
Pubblicato da
Francesco Ambrogetti

Caro Massimo, Che dire? Vista dall’estero sembra una anomalia tutta Italiana. Pensa che la CRI e’ l’unico comitato al mondo ad essere un ente pubblico. Io ho lavorato con la Croce Rossa inglese, americana e sudafricana e il pane o meglio il fundraising se lo suzano eccome! Nel merito non credo esista al mondo un fund raising gestito da bandi scritti (male) da ragionieri. Sarei curioso di sapere quanto guadagna il direttore (o si dice commissario) e chi lo paga (le tasse?). Ma in generale e’ come tu dici la terrificante idea che si fascia raccolta fondi con fornitori a percentuale e a prescindere dalla cause per cui si raccolgono. In altri paesi -ma non mi permetto di dare lezioni – ci sono organi (bada been non enti e agenzie pubbliche ma volutary bodies) che controllano e certificano e senna quests bolino e’ difficile fare fundraising (in Germania quanto l’hanno levato all’UNICEF abbiamo perso il 30% dei donatori). Spero Che al Festival possible parlare piu del nostro “bread and butter” I donatori e meno dei fornitori. Un anbraccio. Francesxo

Pubblicato il
feb 24, 2012
Pubblicato da
Massimo Coen Cagli

Carissimo Frenki, che piacere leggerti. Benvenuto nel nostro Blog!

TI ringrazio soprattutto per aver citato l’esempio tedesco dell’Unicef e che mette in evidenza una possibile via per rafforzare il valore del fund raising: quello di organizzazioni interne al sistema del voltonariato o del non propfit che fungano da regolatori su base di una scelta voltoanria di tutti. Ma con regole vere e applicate. Non come le linee guida e i protocolli e taluni bollini di qualità fasulli che servono solo a dare una immagine di qualità e lasciare che poi ognuno faccia impunito una marea di fesserie a danno di altri (tipicamente italiano). Ma mi sembra che i tanti soggetti che lo potevano e lo possono tuttora fare di questo se ne freghino altamente. Come nel caso dei dialogatori. Vedi il nostro post e l’intervento di andrea che segnala l’azione di una autority interna alle organizzazioni che fanno F2F (http://www.blogfundraising.it/donazioni-da-individui/vu-cumpra-unadozione-a-distanza/)

Ci si vede al festival!

Pubblicato il
feb 24, 2012
Pubblicato da
susanna coen cagli

Molto interessante e…per quanto riguarda la Croce Rossa (e non solo!) scoraggiante! per quanto riguarda l’analisi fatta e il dibattito che ne è seguito mi sembra invece incoraggiante! Tanto c’è confusione, ambiguità se non addirittura un pò di malafede nelle “politiche pubbliche” e di “non profit”, quanto ci sono “teste pensanti, accumulazioni culturali, modelli di analisi e di intervento, confronti con altre realtà che indicano chiaramente la “strada giusta” e, soprattutto, che “si può fare”! In questo senso per me, che ho sempre operato nel cosiddetto sociale” e spesso e ancora oggi nel “non profit”, i vostri ragionamenti e le vostre competenze sono preziose e… ammirevoli. Speriamo che se ne accorga chi di dovere! E certo ci si aspetta una risposta dalla Croce Rossa!! (ho il serio dubbio che si tratti di un “affare” non troppo chiaro anche se si presenta come un appalto: non so se ridere o piangere!)

Pubblicato il
feb 25, 2012
Pubblicato da
Chiara

Salve a tutti, vorrei partecipare alla discussione e collegarmi all’ultima considerazione del sig. Coen Cagli in merito al clima generale di sfiducia nei confronti del fund-raising e delle difficoltà dei giovani a lavorare nel no-profit. Verissimo. Molte realtà gestiscono il fundraising come attività a sè, per nulla integrata alle attività associative, con meccanismi così freddi da sembrare più profit del profit! Dov’è la relazione? Dov’è lo scambio sociale? Dov’è il contatto umano e l’empatia tra Ong e donatori e tra Ong e risorse umane? Perchè continuare a cercare testimonial super-famosi “a garanzia” della bontà della causa? Se un professionista è legato alla mission e vuol contribuire con la sua immagine, ben venga, ma non dovrebbe diventare una prassi. Credo che l’associazione e la sua attività debbano parlare da sole e garantirsi da sole. I donatori legati ad una Ong sostengono le attività a prescindere da qualsiasi mega-evento e…”gara d’appalto”!! (…). Inoltre, un professionista del no-profit, titoli a parte, dovrebbe manifestare interesse per il sociale anche nel quotidiano. Essere cordiale, disponibile, colloquiale. Ho partecipato a diverse selezioni e ho sempre notato una scarsa attenzione al candidato nella sua complessità, nelle sue esperienze di vita (oltre ad atteggiamenti di superiorità che poco credo si accordino con i termini “cooperazione”, “aiuto”, “sostegno”…) Se il fundraising deve essere affidato a grandi agenzie di comunicazione e pubblicità, dialogatori a percentuale che fino a ieri non sapevano neanche cosa fosse un’associazione no-profit…credo si vedranno sempre più documenti come quelli di cui si parla in questo interessante post. Invece di offrire aiuto a potenziali fund-raiser con formazione interna “a supporto”,che vada a colmare eventuali lacune notate in sede di colloquio, si preferisce tagliar le ali e “andare sul sicuro” affidandosi, come sempre, a grandi nomi. Che amarezza.

Pubblicato il
feb 26, 2012
Pubblicato da
Massimo Coen Cagli

Carissima Chiara, benvenuta innanzitutto.
Tu confermi con il tuo parare le mie preoccupazioni circa la dannosità di un certo approccio del non profit verso il fund raising. E ciò non dovrebbe rendermi contento. Quello che invece mi dà fiducia è vedere che esiste un elevato umero di fundraisier (giovani o meno) che mantengono il punto. E’ paradossale ma sembrerebbe esserci più approccio innovativo e professionale nei fundraiser che nella vecchia classe dirigente del non profit. Grazie peril tuo prezioso intervento

Pubblicato il
mar 02, 2012
Pubblicato da
Bernardino Casadei

Non ho competenze per quel che riguarda il fundraising, ma credo che quando i fondi diventano il fine e non la naturale conseguenza di una mission ben articolata, di un consiglio che mette a disposizione le proprie risorse, della presenza di servizi di qualità e di una comunicazione adeguata, creo che questa deriva sia inevitabile.
Forse la stessa definizione di fundraiser che pone l’accento proprio sui fondi e non sulle relazioni che è invece necessario costruire e che quindi può generare l’illusione che queste siano meramente strumentali all’ottenere risorse finanziarie facilita quest’approccio meramente strumentale che, peraltro rischia di essere controproducente nel lungo periodo.
Cordialmente
Bernardino

Pubblicato il
mar 02, 2012
Pubblicato da
Massimo Coen Cagli

Benvenuto sul nostro blog Bernardino e grazie per il tuo intervento. Io sono convinto, e tu lo sai, che se non ri-creiamo una cultura sulla donazione e un nuovo patto di azione comune tra non profit e i tre interlocutori chiave: individui, fondazioni e aziende, che abbia al centro le mission, i progetti e le policy, alla lunga l’approccio strumentale che adottano in molti sarà, come dici tu, molto controproducente. E lo sarà per tutti. Una azione comune, trasversale ai diversi soggetti, in tal senso mi sembra urgente per arginare questa “deriva” del fund raising. Noi contiamo anche sul ruolo attivo di Assifero. Grazie

Pubblicato il
mar 30, 2012
Pubblicato da
Filippo Artoni

Caro Massimo,

credo che il tuo sgomento riguardo il “bando” della CRI sia più che condivisibile. Sia il tuo commento che quello degli altri lettori del blog mi sembra evidenziare molte delle principali questioni e criticità sollevate da questo bando (che purtroppo non sarà l’unico di questo genere).

Molti di questi aspetti sono stati discussi, quindi vorrei concentrarmi solo su uno: il ruolo del fundraiser e del fundraising in Italia. Credo che quello che manchi ancora in questo paese sia un cambiamento di mentalità da una prospettiva che vede il lavoro del no profit (associazioni di vario tipo, ONG, ecc.) come una forma di carità, verso una migliore definizione che identifichi questo lavoro come parte integrante di una società complessa in qui alcuni servizi siano offerti con modalità diverse da quelle del finanziamento pubblico o per ricavare dei profitti. Ovviamente, come tutte le attività, anche questa terza tipologia ha bisogno di finanziamenti, e trovarli è il lavoro del fundraiser.

Dicendo questo non credo di aver detto niente di nuovo, ma quello che continua a stupirmi quando parlo di fundraising con le persone è il fatto che molti si sentano quasi in imbarazzo a dover parlare di soldi, donazioni, ecc. associati alle attività del no profit. Quasi se si avesse paura di mischiare li alti obiettivi morali di queste attività con il “vil denaro”, come lo chiama Dante. Ecco, questo penso che sia il grande cambiamento culturale che debba avvenire in Italia, bisogna ricongiungere le attività del mondo no profit con i finanziamenti, soprattutto dei privati, senza imbarazzo ne reticenze. In fondo, i paesi dove la filantropia è più sviluppata, sono proprio quelli in cui non si percepisce come una contraddizione il fatto che privati cittadini/società finanzino attività del no profit: al contrario, questo è visto quasi come un dovere da parte di chi ha i mezzi per farlo.

Ovviamente un cambiamento culturale richiede tempo, sforzi ed è difficile capire da dove possa partire. Un punto di partenza è sicuramente la formazione, che permette di garantire una migliore professionalità di chi si accinge ad intraprendere questa carriera, ma allo stesso tempo è fondamentale che ci fa o usufruisce del fundraising sia adeguatamente consigliato per poter sviluppare una strategia a lungo termine, piuttosto che mettere in piedi iniziative che sembrano dare frutti immediati ma poco duraturi come la CRI in questo caso. Un caro saluto, Filippo

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