
Fino a qualche anno fa l’accoppiamento fra fundraising e Polizia di stato non era immaginabile e, a ben pensare, nemmeno tra raccolta fondi e scuola, riparazione delle strade, sanità e tanti altri servizi che fanno parte del nostro buon vecchio welfare state.
Ormai l’uso del fund raising da parte di pezzi disastrati del welfare state è stato ampiamente sdoganato. E questo è un fatto buono perché prima o poi il fund raising andrà integrato nelle strategie economiche del welfare. Certo in tutt’altro modo rispetto a quello che si sta usando adesso.
È il caso, tra i tanti, della raccolta fondi per comprare la benzina necessaria a far marciare le volanti della polizia. Il caso del sindacato di polizia di Genova è solo uno ma ve ne sono molti altri in rete.
Seguendo la logica delle strutture fondanti del fund raising
Ripercorriamo il caso attraverso alcune delle strutture fondanti del fund raising:
- Causa sociale;
- Progetto specifico;
- Organizzazione;
- Scambio con il donatore.
La causa sociale sarebbe quella di mantenere uno standard almeno passabile del nostro welfare (nella fattispecie la sicurezza dei cittadini).
Il progetto sarebbe (è evidente) quello di dare benzina alle volanti che sono necessarie per la sicurezza dei cittadini.
L’organizzazione appare poco chiara. I soldi vengono chiesti dal sindacato (di cui il donatore non fa parte) a favore di un soggetto, lo Stato, che versa in cattive condizioni e non può sostenersi. Quasi un’organizzazione filantropica… a favore di un soggetto svantaggiato!
Lo scambio con il donatore sarebbe tra denaro, da un lato, e sicurezza per la comunità e in ultima istanza anche per il cittadino donatore, dall’altro. Ma anche forse il senso dell’indignazione per un Paese che va a rotoli e quindi l’appartenenza a quella maggioranza di cittadini che intende dare una svolta a tutto questo. Tuttavia non si capisce bene dove vado a mettere i soldi: in un conto della PS? Se così fosse starei dando per una seconda (o terza) volta i soldi allo Stato per la stessa ragione.
Il fatto che il Sindacato di Polizia a Genova abbia inventato l’Obbligazione per avere maggiore sicurezza (una sorta di fac-simile di certificato azionario) non cambia la questione. È senza dubbio un’idea molto efficace dal punto di vista comunicativo e simbolico ma, paradossalmente, è una grande presa per i fondelli: quell’obbligazione che segna il mio volere di dare i soldi alla polizia per mettere benzina in verità non dà a me nessun potere reale. Il risultato quindi sarebbe quello del cornuto e mazziato: do i soldi con le tasse, essi li usano male, li ridò un’altra volta con il fund raising, ma in cambio non mi danno potere relativamente alla buona causa per la quale li ho dati.
Un fundraising a metà?
Insomma un fund raising a metà. Ci sono solo la parte economica, relativa al fatto che servono soldi per qualcosa di necessario, e “comunicativa” perché grazie al fund raising abbiamo sensibilizzato.
Resto dell’opinione che noi la benzina delle auto l’abbiamo già pagata con le tasse. Evidentemente è l’organizzazione che ha gestito questi soldi (lo Stato) che deve dirci qualcosa in merito. Se ci dice che non è possibile mettere benzina alle volanti con le nostre tasse allora ci deve dire un modo “non profit” di gestire la polizia, in cui però il donatore deve avere un ruolo riconosciuto e attivo. Altrimenti non è fund raising ma è elemosina e a favore di un soggetto, lo Stato, che (permettetemi la franchezza) proprio non ha bisogno di questo. O peggio, è un ricatto, da parte di chi per dare un servizio dovuto dice che questo è possibile se paghi: altrimenti (come si dice a Roma) t’attacchi!
Dico questo per evitare che in questo momento di crisi economica il fund raising diventi uno strumento “jolly” buono per fare notizia: sia nel senso che è un segno di protesta, sia perché serve a tappare i buchi dello Stato dandosi anche un’immagine di moderna solidarietà sociale, sia perché rianima la nostra vecchia cultura della carità (che in momenti di povertà si propone come risposta sistemica a tutti i problemi). Un fund raising in cui il donatore resta comunque un convitato di pietra: tu sei qui per donare e basta: al resto ci pensiamo noi!
Personalmente, come fundraiser, mi aspetto molto di più dalla raccolta fondi e reputo questo modo di fare dannoso per il profilo della nostra disciplina. Forse l’Associazione dei fundraiser potrebbe dire qualcosa su questo e cercare di “regolare il traffico” (non fermarlo, per carità) in modo da salvaguardare i principi che fanno della nostra professione un cardine della futura sostenibilità della nostra società.
Cosa ne pensate?
Ps. Ne approfitto per ricordarvi di seguirci su Twitter!






Commenti
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ott 19, 2011Pubblicato da
Luigi Vittorio BerliriCaro Massimo
sono anni che mi batto per ottenere dal Comune di Roma i giusti stanziamenti per far funzionare le case famiglia per persone disabili. e gli argomenti sono pari pari quelli che usi tu in questa riflessione. Anche io do un servizio pubblico, al pari della polizia di stato e spesso faccio questo paragone: se pagassimo gli autisti della metropolitana con lo stesso criterio con cui il comune paga le case famiglia? La metà esatta di quanto dovuto? E se proponessimo, per salvare le finanze, di usare i volontari per la metropolitana? Voi ci salireste sulla metro guidata a un volontario? Resta inteso che io mi candido a fare il volontario: mi divertirebbe troppo! Certo quando e se posso!
Hai sollevato un tema enorme per il Terzo settore: dove deve intervenire lo stato e dove i privati?
Io fino a 4 anni fa dicevo ai nostri sostenitori che le donazioni sarebbero servite solo per “quel qualcosa in più” un pulmino nuovo, le vacanze, una casa bella, etc. Tutte cose importanti ma non “dovute” dallo Stato. Sono 4 anni oramai che dico: se non ci aiuti tu noi chiudiamo, il Comune non ci dà più i soldi che servono per arrivare a fine mese. Il legame con i donatori adesso si è intensificato e mi piace pensarli come “azionisti” piuttosto che come elemosinieri. Raccogliamo ogni anno quasi 140mila euro…
Ma da un punto di vista “politico”? Quali le battaglie da portare avanti, quali i confini? È giusto che un servizio pubblico essenziale si poggi sulla raccolta fondi? Non dovrebbe essere lo Stato a usare bene i soldi che già mi prende con le tasse per erogare questi servizi? Idem per la ricerca…
Insomma: dove mettiamo i confini tra intervento Statale e Fund raising?
Sono anni che mi faccio queste domande e articolo volta per volta risposte che si approssimano a qualcosa di sensato… Proviamo a farcele assieme?
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ott 19, 2011Pubblicato da
massimo Coen CagliCarissimo Luigi Vittorio, grazie innazitutto per il tuo intervento e per aver avuto la pazienza di leggere il mio.
La tua domanda è centrale: quale confine tra intervento statale e fund raising (io direi intervento non profit) La risposta non è certo facile e non può essere neanche lapidaria. Bisogna tentare di mettere in fila i termini della questione. Che secondo me sono questi:
1 – Il sistema che l’Italia ha scelto per sostenere il welfare è quello di ripartirne i costi e farli pagare attraverso le tasse a tutti i cittadini usando un criterio di equità tra ricchi e poveri. Il sistema fa acqua da tutte le parti e per quanto sistemi misti come quelli anglosassoni (in particoalre statunitensi) abbiano più flessibilità anche questi mostrano dei limiti (negli USA la salute non è garantita come lo è garantita da noi).
2 – Il welfare (oggi più che mai) non è una questione di stato ma una questione sociale. Non lo si crea quindi solo con l’azione statuale (per quanto basata sulla rappresentanza democraticamente stabilita). Non lo è per tre ragioni: le autorità pubbliche non hanno tutte le competenze per farlo (gli mancano soprattutto quelle sociali); la rappresentanza politica non è più in grado di garantire la fiducia sociale senza la quale non si puà avere benessere collettivo (in cui qualcuno dà di più e qualcuno dà di meno) ossia non è in grado di garantire da solo il bene comune; e infine lo stato non ha più le risorse economiche per poterlo garantire nella sua operatività.
3 – Se usiamo il fund raising come sistema di sostenibilità (o aiuto alla sostenibilità) del welfare siamo in un tipo di scambio differente da quello delle tasse. Con le tasse si versano soldi in modo coercitivo e in maniera avulsa dai risultati. Se i servizi non ci sono o non sono buoni, le tasse le paghi ugualmente. Con il fund raising chi dà soldi si lega alla causa ed è libero in qualunque momento di staccare la spina se quella causa sociale non viene raggiunta o non viene perseguita efficacemente.
4 – Di conseguenza per sostenere il welfare con il fund raising (o pezzi di welfare, come la cultura, l’assistenza sociale, lo sport, ecc…) si deve presupporre un altro ruolo dei cittadini sostenitori che preveda e RICONOSCA un loro protagonismo nella ideazione, gestione e valutazione di questi pezzi di welfare. Insomma il fund riasing richiede partecipazione e democrazia nella gestione del welfare.
5 – Quindi la questione è se lo stato debba ritirarsi dalla gestione diretta di alcuni servizi e li debba più che altro regolamentare, coordinare, verificare e agevolare e lasciare alla comunità la loro realizzazione, liberando la forza del fund raising che oltre ai soldi ti porta consensi, attivismo sociale, fiducia sociale, controllo democratico e ance controllo sociale.
6 – In conclusione il fund raising non può essere inteso come misura correttiva della economia di stato e di quella di mercato ma deve diventare sistema (non unico, ma al pari degli altri) per garantire maggiore efficacia e sostenibilità ai servizi. Questo vuol dire che servirebbe una politica del fund raising (che oggi non c’è nè nello stato nè tanto meno nel non profit, che invece gode nell’avere una identità di tappabuchi) e che attiene non la sostenibilità delle associazioni, ma la sostenibilità del welfare di cui le organizzazioni rappresentano una risorsa indispensabile (che grazie al cielo in Italia non manca ed è enorme).
Non si può contnuare a pensare che la sussidiarietà sia la zeppa che la società mette al malfunzionamento dello stato. Perchè così viene intesa a dispetto del suo significato culturale e costituzionale. Eventualmente è lo Stato che deve mettere una zeppa laddove la società non ce la fa. E neanche deve mettere i bastoni tra le ruote della società che intende dotarsi di un sistema di welfare sociale.
Quindi quello che noi paghiamo con le tasse, non possiamo e non dobbiamo pagarlo con il fund raising. Sarebbe una presa in giro per i cittadini e una diminutio enorme del fund raising. Il fund raising deve essere collegato alla produzione di un valore aggiunto. E questo deve valere non solo per i servizi pubblici (che ben volentieri possono fare fund raising a queste condizioni) ma anche per il non profit che non sempre mette in evidenza il valore aggiunto del proprio operato.
E qui sorge un’altra domanda: ma il non profit vuole e può proporsi come soggetto di una nuova economia sociale oppure preferisce vivere in quella nicchia sempre più ristretta di soldi pubblici e carità?
Avanti con il dibattito.
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ott 20, 2011Pubblicato da
Elena ZanellaCiao Massimo, wow! Quest’idea del sindaco di Genova la trovo più una trovata pubblicitaria dettata dall’emergenza che qualcosa di strutturato. Insomma, un ‘corriamo ai ripari’ prima che sia troppo tardi. E facciamo in fretta.
In un momento così delicato come quello attuale, tutto è concesso. E le buone idee le benvenute.
Io stessa, intervenendo via Twitter nel programma di Piazza Pulita dello scorso 13 ottobre, avevo suggerito un uso massiccio di fundraiser al servizio dello Stato. Un Twitt poi RT a oltre 6milla followers.
Ciò sta a significare che forse non è poi così tanto un’idea strampalata.
Però, condivido quanto dici: occorre metodo. Ci vuole trasparenza, coinvolgimento del donatore e uso delle risorse in modo attento e scrupoloso. Occorre non prendere in giro chi ti sostiene. Ma, purtroppo, quello in cui siamo inseriti da anni è un circolo vizioso che ruota sempre più su se stesso e rischia fortemente di strozzarci.
Sappiamo anche bene che in economia esistono i cicli e che il mercato si autoregola. Così, toccato il fondo non possiamo che riemergere. Ben vengano le buone idee che permettano di mettere in moto o accelerare il cambiamento.
Quel che occorrerebbe, a mio modo di vedere, è un “mea culpa” della classe dirigente. Un dire all’unisono “abbiamo sbagliato”; “siamo stati degli incapaci”. “Vogliamo rimediare: ora si cambia davvero”. Una seconda opportunità non la si nega a nessuno. Ma il cambiamento e il senso di colpa devono essere reali. Sentiti. Profondi.
Il pluralis maiestatis è voluto. Perché il danno si è coltivato in anni di malgoverno. Ciascuno ci ha messo del suo per ledere nei principi e negli atti questo Paese. Troppo facile nascondersi dietro il NON DIPENDE DA ME. Io non c’ero. Sono stati altri. Tutti, nessuno escluso, sono il prodotto del proprio vissuto! Dirigenti attuali inclusi.
Ecco. Un po’ di senso civico, assunzione delle responsabilità e serietà forse non farebbero altro che bene all’immagine e all’anima dello Stato. E sarebbe indice della volontà di cambiare. Indice di fiducia.
Il problema è alla base: serve un cambiamento culturale.
Se è vero, sentito, il fundraiser e il fundraising possono dare un aiuto importante. Ma, mi ripeto, sotto ci devono essere dei princìpi saldi.
Non un alibi del momento.
Ma, forse, quella di cui sto parlando è l’Isola che non c’è.
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ott 20, 2011Pubblicato da
Massimo Coen CagliCarissima Elena, grazie per il tuo contributo. Anche io non posso che vedere positivamente il fatto che i servizi pubblici si metano a fare fund raising, ma come te sono daccordo che vanno pattuiti e chiariti i principi che vi sono dietro. Vanno pattuiti soprattutto con il donatore. In modo che esso non diventi semplicemente strumento di protesta e di indignazione ma invece parte in causa nel raggiungimento di una buona causa.
Sono molti infatti quelli che stanno usando e non sempre in maniera chiara e trasparente i donatori come strumento di consenso sul piano dellacomunicazione. Uno di questi è Santoro (testimonial di se stesso). I 10 euro che chiede per continuare a produrre trasmissioni vuole essere una sorta di referendum su di lui. Ha fatto una associazione di cui poco si sa nella composizione nella missione e nei suoi progetti e obiettivi (si veda il suo sito http://www.serivziopubblico.it. Un sito che se fosse stato di una non profit avrei bocciato immediatamente).
Chiede soldi ma non a fronte di un progetto che esprime fabbisogni economici chiari. Per fare trasmissioni che poi raccoglieranno almeno in parte sponsor e verranno pagate almeno in parte con le televisioni che le ospitano. Sicuramente, visto il risultato che ha ottenuto la sua campgna, correrà ai ripari e penserà a dare una identità a questa sua associazione (almeno lo spero), Ma è proprio questo meccanismo che mi interroga: prima usiamo l’azione di marketing visto che si crea l’opportunità, e poi facciamo il progetto. Quando ci sono decine di migliaia di organizzazioni che si sbattono a prescindere dall’azione di marketing per dare progetti e qualità alla loro azione sociale.
Per carità! Siamo in un libero mercato e ben venga anche Santoro nel mondo del fund raising. Ma io ritengo come te che un discrimine tra fund raising di qualità e mera azione di comunciazione marketing dovrebbe esserci e dovrebbe essere basato proprio sui principi. La posta in gioco non è solo l’etica, ma soprattutto è il rispetto dei donatori e di quanti costruiscono ogni giorno responsabilmente pezzi del nostro welfare sociale evitando che vada a rotoli del tutto.
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ott 20, 2011Pubblicato da
Paolo VanacoreCaro Massimo,
fa una certa impressione accostare l’onorabilità di una causa sociale all’incapacità dei ns governanti, tutti. Rispetto il Sindacato della Polizia di Genova ma onestamente non riuscirei a programmare un’azione onesta di fundraising per supplire al malgoverno. No anche allo sfruttamento mediatico del fundraising e alle operazioni di marketing come strumento di consenso.
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ott 20, 2011Pubblicato da
Massimo Coen Cagli e il FUNDRAISING ‘DIMEZZATO’ « NONPROFIT BLOG[...] e attualissimo il post del professore sul blog della sua scuola. Nel suo articolo FUND RAISING SENZA VALORE AGGIUNTO. NECESSARIO, FORSE, MA NON PER FORZA GIUSTO, Massimo Coen Cagli fa riferimento a come alcune iniziative in ambito locale stiano cogliendo a [...]
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ott 20, 2011Pubblicato da
Massimo Coen CagliCarissimo Paolo, un piacere “leggerti”.
In verità non credo proprio che i governanti possano fare fund raising, almeno come lo intendiamo noi. Eventualmente possono fare quello che hanno sempre fatto: scambio di favori (qualcuno le ha chiamate efficacemente marchette).
Però ci può essere una differenza sostanziale tra governanti e dirigenti e operatori dei servizi. Ad esempio vedrei molto male una Gelmini che fa fund raising. Vedrei invece molto bene presidi, docenti e famiglie degli allievi a farlo! Sono credibili, hanno una missione e vogliono produrre valore aggiunto per la comunità. Ci sono tutti gli elementi. E infatti già lo fanno. A tale proposito guardate l’esperienza condotta da alcune scuole con una non profit di cui ci ha parlato Anna Fabbricotti in questo post: http://www.blogfundraising.it/donazioni-da-individui/scuola-giovani-e-azione-sociale-una-buona-notizia-per-il-fund-raising/.
Così come vedrei molto bene un Bioparco basato sul fund raising (d’altro canto non è diventato Fondazione anche per questo?) come peraltro succede in tutto il mondo.
La questione è se lo Stato intende riconoscere questa nuova forma di economia sociale e integrarla nel sistema di sostenibilità del welfare. Certo con altre politiche di incentivazione, agevolazione, defiscalizzazione e soprattutto liberando il mercato dal blocco prodotto dalle invadenti relazioni della politica.
Un abbraccio.
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ott 20, 2011Pubblicato da
Elena ZanellaMeccanismo di antecedenza e, forse, sostituzione del marketing alla causa sociale: ecco… Questo è un punto che credo meriti la pena di essere approfondito. Un abbraccio.
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ott 22, 2011Pubblicato da
francescaCaro Massimo,
ammiro chi sa dare il nome giusto alle cose. Il tuo articolo è limpido e molto interessante. Non sono del settore ma nel mio piccolo ho sempre creduto che fare fundraising significasse impegnarsi attivamente nella comunità sociale e non delegare a un gesto, fatto di pochi istanti, (sempre e comunque nobile) un ruolo che invece si spende in prima persona, nel tempo.
forse si è trattato di una “provocazione positiva” ma intorno a questa parola c’è tutto e nulla…
Un abbraccio
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ott 22, 2011Pubblicato da
Massimo Coen CagliCarissima Francesca,
e io ti dico che ne tuo “piccolo” hai grande ragione! Se poi il tuo piccolo è la scuola e la formazione, allora si capisce anche quanto sarebbe diverso far partecipare i cittadini al raggiungimento della sua missione (anche con il fund raising perchè no) invece di portare la carta igienica ogni tanto. Anche in quel caso io sarei d’accordo non solo a portare cata igienica ma strumenti o sostenere viaggi di studio all’estero a patto che non mi considerino un convitato di pietra… Grazie mille per aver detto la tua.
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ott 27, 2011Pubblicato da
valerio melandriCome al solito Massimo riflette, ci fa riflettere, puntuale, sul significato profondo del fare fundraising. Mi piace l’opera e il “convitato di pietra” di dongiovannesca memoria, è un ruolo che non è certamente inutile, (anzi di fatto è la coscienza di Don Giovanni, la voce del padre che gli ricorda perché esiste…). Forse se il donatore si mettesse in moto, non limitandosi ad accettare la richiesta passivamente ma scegliendo e facendo scegliere in base al “valore aggiunto” le sue donazioni… le cose cambierebbero.
Come al solito, questa riflessione, non è scontata e non è banale. Quando in giro per l’Italia si fanno convegni sul “nuovo welfare” forse bisognerebbe chiamare al posto dei soliti “tromboni” che dicono che i soldi sono finiti (che non è vero, insisto), bisognerebbe chiamare a parlare Massimo Coen Cagli. Grazie e alla prossima!
vm
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ott 27, 2011Pubblicato da
Massimo Coen CagliCaro Valerio,
ti ringrazio davvero per il tuo commento e per le parole fin troppo lusinghiere. Quando pensavo al convitato di pietra, in verità, ero un pochino più cattivello della tua interpretazione, pure molto calzante dell’immagine che ho proposto. Intendevo fare riferimento al fatto che tutti noi del fund raising facciamo riferimento al donatore (al convitato) e riserviamo a lui un posto al banchetto, senza mai nominarlo e anche senza mai interloquire direttamente con lui. Certo questo convitato, per il suo peso, non può che albergare nella nostra coscienza e interrogarla. Ma non sempre siamo disposti ad ascoltarlo. L’immagine finisce qui e una parabola non ha mai il potere di spiegare la realtà nella sua esattezza, ma solo nel senso che i fatti assumono.
Anche la tua riflessione è tutt’altro che banale! Ossia il fatto che il fund raising ha bisogno di organizzazioni e professionisti che siano in grado di ascoltare il donatore e prenderlo sul serio. Ma ha anche bisogno di donatori evoluti. Io spesso – e questo è forse un mio limite dovuto all’enorme fiducia che ho nel cittadino comune – rappresento i donatori tutti come evoluti. Ma forse non è così. Certo che se è vera la tua affermazione, allora il nostro mondo avrebbe bisogno di adoperarsi per migliorare la cultura della donazione e quindi contribuire a far crescere un donatore evoluto. Spesso però non ne abbiamo il coraggio perchè un donatore evoluto ci impegna di più. Ci impone di ragionare con lui e quindi di metterci anche in discussione. Anche le aziende preferirebbero avere sempre un consumatore un po’ ingenuo e sempliciotto: sarebbe pià facile convincerlo e tenerlo buono. Ma se l’individuo comune è diventato più intelligente e autonomo nei consumi (un tipo tosto e ostico), figuriamoci quanto lo è diventato quando si confronta con la opportunità di sostenere una organizzazione sociale (che è cosa più importante che comprare qualcosa)! Pur non avendo mai amato molto la definizione di fund raising data dal grande Hank Rosso (la nobile arte di insegnare a donare) devo dire che aveva ragione. Proprio alla luce di quello che dici tu. Oggi credo che insegnare a donare sia un obbligo per noi anche di natura etica. La posta in gioco non è solo una società più sensibile e solidale. Ora la posta in gioco è proprio recuperare quel senso di responsabilità verso il bene comune e verso la comunità che può aiutarci a trovare nuovi sistemi di sostenibilità del welfare. Circa i “tromboni”… preferisco strumenti polifonici, come il pianoforte, che sono in grado di farci sentire più note insieme. Ecco perché è importante sentire tutti i punti di vista. Soprattutto se sono qualificati come il tuo. Alla prossima. mcc
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ott 27, 2011Pubblicato da
Forse vale la pena leggere questo post di Coen Cagli… - Valerio Melandri[...] qui dove il noto consulente e formatore si lancia in una considerazione interessante e per molti [...]
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ott 27, 2011Pubblicato da
Massimo Coen CagliGrazie Valerio, anche per la citazione che hai fatto sul tuo blog, che invito tutti a visitare (se non lo hanno già fatto) per le interessanti considerazioni che offre. http://www.valeriomelandri.it/
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ott 28, 2011Pubblicato da
SimoneArticolo interessantissimo e dibattito assai stimolante. Complimenti!
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ott 28, 2011Pubblicato da
francescaSono d’accordo quando dici: “oggi credo che insegnare a donare sia un obbligo per noi anche di natura etica”; è un po’ come tornare a “innamorarsi” della propria collettività… perchè da qualche parte, in qualche epoca lontana (forse nei periodi delle splendide democrazie…), la gente si sarà sicuramente “amata” più di oggi. Ciao! Francesca
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ott 30, 2011Pubblicato da
lucianoScusate il ritardo….
Ciao Massimo, è importante ragionare sul senso del fundraising, e quindi grazie per gli spunti di riflessione che ci dai.
Effettivamente mi pare che di questo si stia parlando, sia sulla iniziativa della polizia di Genova che sul post inerente all’iniziativa del MAE che mi ricorda tanto quella di Missione Arcobaleno, la differenza è che nella prima erano Albanesi, nella seconda sono Africani… come a dire cambiano i Governi, ma nel nostro bel Paese le consuetudini non mutano.
Due gli argomenti quindi: fundraising e Pubblica amministrazione e il ruolo del donatore nello sviluppo del fundraising.
Per la prima questione: anche da questo blog si è auspicato maggior impegno della P.A. nel settore del fundraising, (ricordo un post pubblicato che seguiva i problemi occorsi al sito archeologico di Pompei), e io sono molto d’accordo su questa prospettiva, per due motivi: il primo che un impegno dei “donatori” nella gestione della P.A. porti solo dei vantaggi a 360 gradi, la seconda per garantire sostenibilità dei servizi.
Il nodo sta nelle modalità attraverso le quali questa attività si sviluppa e le queste dipendono, almeno fino ad oggi, dagli attori coinvolti. Le esperienze di P.A. che mi sono note, alcune per averci lavorato direttamente, mi fanno pensare che laddove la P.A. ha deciso di entrare direttamente in contatto con il donatore (non sponsor) le cose non sono andate bene. Dove invece la P.A. ha ritenuto di entrare nel mondo del FR insieme con organizzazioni nonprofit, territoriali o nazionali, le cose hanno funzionato meglio. Lo stesso H. Rosso, tanto per continuare le citazioni, sosteneva che il fundraising è a servizio del nonprofit, ma nelle situazioni in cui il nonprofit non è presente o previsto mi sembra manchi un elemento. Intendiamoci, non voglio qui ribadire una posizione di rendita o di diritto sello stesso, mi limito a evidenziare come sia difficile, per una P.A. curare una relazione degna di questo nome, con un donatore. Qui il discorso si potrebbe allargare da una parte all’incapacità delle ONP di “occupare” questi spazi, dall’altra della inadeguatezza del sistema pubblico (salvo casi eccezionali dovuti a motivazioni di singoli) a intraprendere un percorso corretto di fundraising.
Secondo punto: il ruolo del donatore. Convengo con Melandri sul fatto che i soldi non sono finiti (si tratta semmai di capire come avviene la ripartizioni delle risorse a disposizione e di come vengono utilizzate) e che in giro ci sono persone che ritengono che visto che un posso non butta più acqua (quello pubblico), basta cambiare pozzo (quello privato e in particolare il fundraising) e la soluzione è trovata, ma non funziona così. Io non so quanti fondi abbiano raccolto i poliziotti di Genova, ma non credo che abbiano risolto il problema della benzina e men che meno quello del servizio che sono tenuti a garantire.
Sul fatto che il donatore non sempre sia consapevole del proprio ruolo, e lo dico con il massimo rispetto, e che spesso semplicemente si fidi e non valuti (ammesso che ne abbia gli strumenti) le buone cause nel merito, concordo, ma questo non può essere un problema solo suo.
Penso che, come dici tu Massimo, sia compito di tutti gli attori del settore quello di far crescere la cultura del dono e la capacità del donatore di valutare e scegliere a chi o per cosa donare, questo richiede impegno (quindi fatica) nel breve periodo e un investimento importante, ma sono fortemente convinto che sia anche l’unica strada percorribile nel lungo periodo.
Tutti gli “attori” del fundraising devono però essere disponibili a metterci di proprio: i formatori, le ONP, i professionisti e i donatori.
Una proposta potrebbe essere quella di organizzare un momento “polifonico” in cui affrontare a viso aperto queste questioni.
Io mi rendo disponibile.
A presto.
Luciano
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ott 30, 2011Pubblicato da
Massimo Coen CagliCredetemi: oggi sono veramente contento. Finalmente il blog incomincia a funzionare come volevamo noi. Un posto di riflessione e non solo un posto dove far rimbalzare notizie e informazioni tecniche (che pure è cosa molto importante, ma non sufficiente ad affrontare la complessità di questo momento.
Grazie mille Luciano per aver detto la tua (autorevolissima e giustissima) sulle questioni.
Non commento ulteriormente (lasciando sottintendere che sono d’accordissimo). Raccolgo il tuo invito finale. Non aspetto altro e mi sembra che molti non aspettano altro. E allora provo a fare qualeche proposta per passare dal dire al fare:
1 – Scrivere a pià mani una documento aperto, una sorta di traccia della discussione che raccolga le 10 questioni più importanti da affrontare nel fund raising, tra le quali evidentemente quelle che stiamo discutendo on line in questi giorni.
2 – Inviarlo a tutti i fundraiser, quelli che conosciamo e, tramite le organizzazioni e magari “vita non profit” e altri, a tutti quelli che non conosciamo.
3 – Realizzare una serie di incontri territoriali molto semplici in cui illustrare la traccia della discusssione e e permettere al nostro popolo di fare proposte in 5 minuti su cosa affrontare e come farlo. Insomma una grande consultazione di base. Così facciamo anche consocere l’Assif e soprattutto la sua nuova identità di motore del fund raising e dei fundraiser
4 – Raccolgiamo queste idee e facciamo il vero programma “politico” di lavoro per il futuro (magari istituendo pure dei gruppi di lavoro volontari e che coinvolgano le diverse anime del nostro popolo
5 – Rendiamo pubblico il programma e facciamolo oggetto di incontri bilaterali e multilaterali con i nostri stakeholders: enti pubblici, governo, aziende (Confindustria, ecc..), fondazioni (Assifero e ACRI), agenzie di servizi per il nonprofit; mondo della formazione
6 – Portiamo il dibattito su fund raising e welfare a casa degli altri (vedi luoghi in cui parlano i nostri stakeholders)
Che ne dite?
Luciano: grazie davvero!
Pubblicato il
ott 31, 2011Pubblicato da
lucianoPer quanto mi riguarda le porte sono aperte. Rimanendo nella metafora musicale: il desiderio sarebbe quello di non avere solo meritevoli ed autorevoli solisti, ma formare un’orchestra, forse la musica cambierebbe!!!
luciano
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ott 31, 2011Pubblicato da
Massimo Coen Caglie allora: ‘TACCABANDA!
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nov 10, 2011Pubblicato da
AlbertoCaro Massimo,
come sai, di fund raising poco so. Però il tema da te sollevato è stimolante; si inquadra bene nella serie di problemi nati o acuiti dalla grande crisi (2008-?). Mi viene da pensare che, per il fund raising, vi sia un prima e un dopo l’inizio della crisi. È mutata la prospettiva, certe questioni sono divenute più urgenti, altre sono più comunemente accettate. Forse si è accresciuta la vostra responsabilità di fund raiser.
Sul punto specifico sono totalmente d’accordo con te: la benzina della polizia si paga con le tasse. Come pure la carta igienica nelle scuole e i fogli A4.
Sicuramente, la grande crisi rafforza le ragioni di tutte quelle attività cui fa capo il fund raising, rende ancora più attuale la sua filosofia politica. Ma quelle ragioni, quella filosofia, non consistono nel sostituirsi allo stato.
Lo stato non è sicuramente l’unico presidio della democrazia. Ne è però condizione essenziale. In fondo, mi sembra che si possa dire che la stessa vitalità del terzo settore ha bisogno di uno stato forte e funzionale, al servizio dei cittadini.
Però lo stato è sotto attacco e l’attacco allo stato viene da lontano; non c’è solo la crisi attuale che gli taglia i viveri. Quando Reagan disse che “lo stato non è la soluzione, ma il problema” a molti sembrò un pazzo, ma poi fece molti adepti.
Ma una volta eliminato “il problema” (lo stato, appunto), o ridotto ai minimi termini, è la politica a rischiare di essere eliminata; la politica come responsabilità e scelta collettiva. Sicuramente, la politica non coincide con la gestione dello stato. Però con la sterilizzazione dello stato, una bella fetta di politica se ne è andata. Chi garantisce i diritti se non lo stato? Certo, occorrono risorse. Chi crede in queste cose lo dice da anni: anche la giustizia costa. Anche la polizia costa. E come si fa a garantire il diritto alla sicurezza se la polizia non ha i soldi per comprare la benzina? E i pompieri? Ce la faranno a spegnere gli incendi? E la protezione civile? Dico quella vera, ce la farà a tirarci fuori dai terremoti? E la mondezza? E i diritti sociali? Perché c’è chi crede in questo: che la salute e l’istruzione siano diritti e che qualcuno debba garantirli. Chi se non lo stato, col suo intervento diretto o come regolatore forte e credibile? Insomma, c’è tutto un continuum di bisogni che potrebbero essere trasformati in diritti. Dove tiriamo la linea? Ecco la politica: bisogna fare i conti con i costi e con una serie di problemi organizzativi nei quali non mi addentro, ma che sono il tema principale per chi ha a cuore la democrazia e i diritti. Dico solo che la crisi rischia di essere lo strumento per chi quelle risorse vuole ulteriormente ridurle. E su questo bisogna resistere.
Sono d’accordo con te, caro Massimo: ci sono dei servizi dovuti e quelli si pagano con le tasse. Lo stato deve erogarli. Punto. Penso sia importante inquadrare la questione in termini di diritti, perché se no ci si smarrisce: si deve scegliere su quali diritti/bisogni si deve spendere di più e su quelli concentrare le risorse pubbliche. Lo stato non fa elemosina, non aiuta i più svantaggiati: produce diritti o almeno dovrebbe farlo. I diritti costano e dobbiamo esserne consapevoli, la loro tutela richiede uno sforzo collettivo e non possono essere puntellati né dal mercato né da un fund raising tappabuchi.
Vi è poi tutta una serie di beni comuni, materiali e immateriali, cui vorrei la politica rivolgesse la sua attenzione. Il tema è attuale e rinverdito dalla vittoria nel referendum sull’”acqua bene comune” (già dimenticata). Non è facile gestire questo tipo di beni. Occorre coinvolgimento e responsabilità condivise. Fa piacere che due anni fa il premio Nobel per l’economia sia stato attribuito a una studiosa, Elinor Ostrom, che ha studiato con profondità e passione civile proprio i problemi della governance dei beni comuni, i commons, identificandoli tecnicamente, al di là di ogni definizione etica. Mi chiedo se il fund raising non trovi la sua missione elettiva proprio in questa dimensione: nel bene comune, come bene condiviso fra gli individui di una comunità, di un gruppo, di un’associazione, di una rete nazionale o internazionale.
Il fund raising non è elemosina, perché a quella ci pensano i singoli individui, se vogliono. Ma non è neanche uno strumento per garantire i diritti, perché a quelli deve pensare lo stato. È uno strumento per ricostituire quella dimensione comunitaria, del cittadino attivo.
Diritti sociali e cittadinanza attiva: il futuro sarà tanto più egualitario e democratico quanto più importanti saranno le forze che puntano a promuovere questo binomio e ad amalgamarlo con equilibrio. Essi, insieme al mercato, sono antidoti sia al mercato predatore sia allo stato accaparratore. Il fund raising, come motore economico, organizzativo e comunicativo di una prassi civile, è in prima fila per restituirci il senso della comunità e del bene comune, della scelta politica. Come ci si sente?
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nov 11, 2011Pubblicato da
Massimo Coen CagliCaro Alberto, il tuo è un opportuno richiamo al ruolo dello stato. Il rischio del mio ragionamento è che facendo solo la pars destruens (nei confronti di un cattivo statalismo) si disegni uno scenario di liberazione dallo stato senza pensare alle conseguenze della sua assenza. Ripensare il welfare e la sua sosteniblità non vuol dire mandare a ramengo lo stato e il welfare state. Insomma sarebbe un po’ come buttare il bambino con l’acqua sporca. Certo io non penso assolutamente questo, e neanche che il fund raising possa sostituire le tasse; ma che nel mio ragionamento fosse insito questo rischio è vero. grazie Alberto.
Ma quello che mi piace di più del tuo ragionamento è l’aver messo in campo, oltre allo stato e al welfare state, altri tre concetti con i quali il fund rising deve fare i conti: la politica, i diritti, il bene pubblico. Cerchiamo di declinare il rapporto tra questi elementi.
Fund raising e politica. Se il fund raising è un mero insieme di tecniche, allora queste possono essere buone per ogni stagione e per ogni politica. E in effetti adesso lo si sta utilizzando proprio così. La mia politica è abbattere pezzi di welfare state? E allora tiro in ballo il fund raising che, magicamente, fa emergere risorse nuove e libere dall’economia politica. Anzi, se queste risorse non escono fuori, allora sarà colpa degli insensibili e individualisti cittadini. Ma se il fund raising è un pezzo della moderna politica economica, allora esso funziona solo se c’è una politica di mantenimento del welfare che puntio anche sul fund raising e non solo alle tasse. Certo: a patto che il fund riasing venga integrato in questa politica. Questo potrebbe voler dire, ad esempio, garantire livelli di agevolazione e defiscalizzazione molto più ampi. Faccio presente, per chi non lo sapesse, che oggi se io dono 100.000 euro ad una onlus ho un vantaggio fiscale di circa 400 euro, mentre se li dono ad un partito, ho un vantaggio di 19.000 euro. Ma questo è solo uno dei tanti esempi che si possono fare per sottolineare l’importanza di avere una politica del fund raising all’interno di una politica del welfare.
Fund raising e diritti. Beh!, qui giochiamo in casa! Da sempre il fund raising è legato all’ascesa e alla concreta affermazione di diritti sociali. Da sempre trovare soldi per una causa sociale ha voltuo dire contemporaneamente una azione di affermazione dei diritti. Lo è stato con le raccolte fondi dei primi sindacati e movimenti dei lavoratori già a partire dalla fine dell’800 dove assistiamo a persone che donano soldi per sostenere i lavoratori colpiti dalle ritorsioni delle aziende nei confronti della loro azione di sciopero. Sciopero fatto per conquistare i diritti dei lavoratori (che poi diventeranno legge). Ma lo stesso vale per le raccolte fondi delle suffragette che in modo inequivocabile hanno portato all’affermazione della parità di diritti civili per donne e uomini. Da questo punto di vista chi dona esprime un potere reale e tremendamente concreto, anche più forte se vogliamo dell’espressione di un voto. Certo – come abbiamo detto prima – ci vuole uno stato che garantisca che vi sia equità tra la tutela dei differenti diritti.
Fund raising e bene comune. Se trascendiamo la dimensione puntuale del fund raising (ossia il fatto che un donatore finanzia una singola causa sociale) e guardiamo invece al fund raising come sistema (ossia come insieme di risorse volte alla sostenibilità dei diritti civili e sociali) allora credo che possiamo pensare al fund raising come un grande sistema civile, fondato sulla cittadinanza attiva, per costruire il bene comune. Ed è qualcosa in più che sostenere una singola causa, ma vuol dire essere un sistema economico primario per garantire la dimensione comunitaria. Rischio di essere nostalgico, ma devo ricordare che le radici italiane del fund raising sono molto legate alla dimensione comunitaria, molto più di quanto lo siano le origini della filantropia anglosassone. E con un po’ di orgoglio mi permetto di dire che la comunità è, in qualche modo, una invenzione ( o meglio, un frutto) della nostra cultura italiana. La dimensione civica propria della nostra cultura, sin dal ’300, ha animato le prime forme di welfare che erano tutte tese al bene comune, contemperando la libera iniziativa individuale con l’interdipendenza e reciprocità tra i diversi soggetti della comunità. E questa storia è stata sempre anche una storia di fund raising, fatta di “Misericordie”, Pubbliche assistenze, casse rurali e popolari, opere pie, ecc. E fatta anche di investimenti sociali di imprenditori illuminati come Olivetti – e altri meno famosi – che nell’immediato dopoguerra avevano consapevolezza che senza una forte dimensione comunitaria e un sistema di solidarietà sociale (e non solo di Stato) non ci sarebbe stato sviluppo per loro medesimi e per tutti. Ecco, ridare al fund raising questa forza “sociale”, mi sembra che sia una sfida che deve caratterizzare la professione del fundraisier.
Tu domandi “come ci si sente”? Beh dopo questo scambio mi sento più convinto. Grazie
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nov 10, 2011Pubblicato da
Christian DamaCaro Massimo, cari colleghi,
ben trovati.
Il tuo post è interessante e per me attuale per 3 motivi.
1) Mia moglie è un insegnante di una scuola di Aprilia (LT) che insiste in un quartiere povero, con alti tassi di devianza sociale.
Ho parlato del Fund Raising al dirigente della scuola.
2) Faccio volontariato (counselling e coaching) per infermieri, insegnanti, educatori, per promuovere un migliore benessere organizzativo.
3) Sono parte del comitato pendolari della linea FR8. Abbiamo attivato una class action per il costante disservizio della linea Roma-Nettuno. Ci è stata negata.
In tutti e tre i casi, mi sono domandato – e lo faccio ancora – se sia possibile attivare il fundraising, visto che il benessere organizzativo, il burn out, la progettazione e il funzionamento delle scuole, i trasporti, credo debbano rientrare nel “servizio pubblico”, pagato con le tasse.
Nello stesso tempo, concordo con te che lo Stato non ce la fa più.
Aggiungo pure che i problemi hanno dimensioni ormai globali, presentano legami causa-effetto complessi, che mal si prestano ad una gestione di un unico soggetto (lo Stato).
La neurofisiologia (Cozolino) ci insegna che il cervello ha sempre risolto i problemi in modo “sociale”. Le scienze sociali americane confermano che l’approccio multistakeholder genera un impatto collettivo maggiore con risparmi di tempo e costi.
Lo Stato penso vada sempre coinvolto, deve fare la sua parte, mi permetto di dire: non c’è investimento sociale senza anche lo Stato.
Ma allora, mi faccio queste domande:
1- come fare fr per le scuole senza che il dirigente mi dica: “e perchè un’azienda dovrebbe finanziarci? Lo deve fare lo Stato”;
2- cosa chiedere ai pendolari, che già pagano l’abbonamento ad un privato, che stanno fuori casa 15 ore/giorno: soldi? tempo?
Grazie mille per l’attenzione.
Christian Dama
Pubblicato il
nov 12, 2011Pubblicato da
Massimo Coen CagliCarissimo Christian,
tutte condivisibili le tue osservazioni, tanto più che sono frutto anche dell’esperienza di vita quotidiana. Tu non sai quanto io mi posso arrabbiare quando qualche operatore scolastico mi chiede, perchè una azienda dovrebbe finanziarlo!!! Dovrei essere io a chiederlo a lui. Chiaramente con lo scopo di tirare fuori le buone ragioni. E di buone ragioni ce ne sarebbero tante se solo si tirasse fuori la mission (non solo istituzionale e costituzionale) sociale delle scuole. E in tante scuole di missione sociale, anche grazie ai docenti (tutta la mia solidarietà appassionata a tua moglie!) ce n’è tantissima!
Ma credo che la prima tua domanda abbia bisogno di una risposta culturale. Si tratta di cambiare la cultura gestionale e anche la filosofia politica che anima l’agire dei funzionari pubblici. Io capisco che un sistema in cui lo stato finanzia tutto sarebbe splendido. Ma quasi nessuno c’è riuscito se non in paesi che hanno una decina di milioni di abitanti. E chi lo ha adottato ha comunque potuto osservare i tanti paradossi che produce uno statalismo pieno. Il cambiamento culturale riguarda non solo l’aspetto economico, ma anche l’aspetto della produzione dei servizi alla collettività che deve imparare ad avere un rapporto diretto con i propri utenti che riguarda anche l’aspetto gesionale. Gestione che va vista in chiave imprenditoriale. Sociale sì, ma imprenditoriale.
Se fossi io, ai pendolari chiederei mobilitazione contro questa politica dissennata dei trasporti. Lì il fund riasing serve a sostenere l’azione sociale, non certo i treni. Se però alla lunga le ferrovie non comprendono, allora io dico: ma forse possiamo farcelo da solo un sistema di trasporti efficace e a costo contenuto. Impossibile, direbbe qualcuno. Ma io dico che anche l’housing sociale era impossibile. Eppure si fa. E si fa con i soldi delle fondazioni, dei cittadini e di qualche azienda coscienziosa. E allora?
Grazie a te per l’attenzione che presti al blog e per i tuoi interventi sempre pertinenti.
Massimo