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Cosa insegna il terremoto sul fundraising? Che e’ necessaria un’Authority

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Come sempre quando c’è una catastrofe il nostro paese reagisce in modo straordinario per affrontare le emergenze, sotto tutti i punti di vista. Non altrettanto si può dire per la prevenzione che, più che slanci di cuore e solidarietà, richiede politiche, tempi lunghi e quindi un arido lavoro di ufficio. E questo in parte si riflette anche sulle raccolte di fondi che, come sempre in questi casi, si sono moltiplicate in poche ore in tutto il paese e ancora oggi sono al centro dell’attenzione di tutti.

Questo spirito solidaristico è estremamente positivo sia sul versante di chi organizza le raccolte fondi, sia su quello dei donatori, cosa che ci dovrebbe far riflettere sul reiterato rammarico che ci fa dire: “siamo un paese di insensibili e taccagni non donatori!”. Credo però che le esperienze di questi giorni debbano spingere la comunità dei fundraiser e delle organizzazioni a trarre qualche insegnamento per costruire, in futuro, sistemi sempre più moderni ed efficaci di raccolta fondi.

Ecco le mie modeste riflessioni in merito.

5 limiti critici delle raccolte fondi emergenziali

Lo spontaneismo

L’improvvisazione e lo spontaneismo da soli non pagano, ma creano paradossi. Tutti si sentono in diritto di fare raccolta fondi ma nessuno può permettersi, seppure a fin di bene, di non garantire la certezza dell’utilità dei fondi raccolti. Pena innanzitutto il fatto che non si produce alcun vantaggio per i beneficiari e che alla lunga si indebolisca la fiducia dei donatori, facendo crescere in loro l’idea sbagliata che le raccolte fondi non servano a nulla o, addirittura, ingrossino le tasche delle organizzazioni. A tal proposito sarebbe opportuno avere alcune regole che ognuno deve seguire e deve garantire quando vuole organizzare una raccolta fondi emergenziale.

L’autoreferenzialità

Le raccolte di fondi prevedono tre dinamiche e anche tre tipi di motivazione: quella di chi chiede, quella di chi riceve i benefici e quella di chi dona. Queste tre componenti sono sempre essenziali e chiaramente quella dei beneficiari è la scintilla del tutto. Io direi che, a naso, l’80% delle raccolte fondi sono pensate e organizzate tenendo conto solo del punto di vista di chi chiede soldi. Il primo motivo è che organizzarsi per raccogliere fondi permette di far apparire il senso di solidarietà a volte genuino, molte volte strumentale a comunicare. È il caso di molti eventi, concerti, reunion di artisti che trovano nella raccolta fondi emergenziale un modo per farsi pubblicità e per richiamare pubblico e mass media.

L’opportunismo

Ma attenzione, è il caso anche di alcune grandi organizzazioni che non si sono mai occupate di emergenze nel nostro paese, che non sono mai state presenti nelle comunità colpite e che, tipica deriva etica del marketing, sanno che quando ci sono le emergenze è una buona occasione per acquisire nuovi donatori. Faccio difficoltà a non fare nomi, ma mi trattengo: una grande organizzazione nazionale, attiva nel campo dell’aiuto umanitario, ha lanciato un appello a donare per loro perché hanno intenzione di intervenire nei paesi colpiti dal terremoto ma che ancora devono decidere cosa farne dei soldi in attesa di ricevere indicazioni dalla comunità locale, dove per altro loro non sono presenti. Ora capite bene che questo non fa assolutamente bene al fundraising: io se dono voglio sapere per cosa e per chi.

Il frazionamento e la parcellizzazione

Sono un danno. Nella nostra memoria rimarranno impresse poche raccolte fondi di questi giorni: quella della Protezione Civile, de LA7 insieme al Corriere della Sera, quella di TIM e forse qualche concertone. Se facessimo i conti, alla fine, l’insieme delle piccole e piccolissime raccolte di fondi raccoglie cifre non indifferenti: un enorme complesso di rivoli difficilmente convogliati in un progetto razionale e comune. Spesso soldi spesi per qualche genere di prima necessità che poi risulta inutile o destinati a interventi marginali che poco cambiano la situazione dei terremotati o addirittura facendo doppioni degli stessi interventi. Io credo davvero che in occasione di emergenze come queste ci sia il bisogno di avere “una cabina di regia” che permetta a tutti di fare raccolta fondi, cosa utile, ma di garantire anche efficienza ed efficacia nell’uso dei soldi. Questa cabina di regia deve necessariamente interloquire con i soggetti giusti: i comuni, la protezione civile, le organizzazioni locali attive nei comuni colpiti, ecc. Così facendo si identificano progetti chiari sia nell’emergenza, sia nella ricostruzione e nella prevenzione e soggetti in grado di realizzarli bene. L’esperienza di Agire, positiva anche se inspiegabilmente oggi quasi sparita, da questo punto di vista andrebbe presa come paradigma. Una delle tante politiche che il nostro governo dovrebbe fare per il fundraising.

La dietrologia

Anche nelle raccolte fondi emergenziali emerge un senso diffuso di sfiducia nei confronti del fundraising. Senza avere elementi oggettivi e senza entrare nel merito delle singole iniziative, centinaia di migliaia di persone si scatenano su Facebook e nei bar ad affermare con presunta competenza che “intanto i soldi se li mangiano”, che “si arricchiscono solo le banche”, che “andiamo ad ingrassare i soliti noti” e compagnia cantando. Fatto salvo che in alcuni casi il sospetto può essere anche lecito, mi sembra che questo atteggiamento sia dovuto al bisogno di giustificare in modo onorevole il fatto che non si è generosi. È il popolo degli aridi di cuore e di buona volontà che in questi tempi trova sempre più legittimazione. E questa “malattia”, estremamente contagiosa, non fa bene alla cultura della donazione la cui cura però dipende molto dalla capacità delle organizzazioni di abbattere i luoghi comuni con i fatti e non con le parole.

Se questi sono cinque limiti critici delle raccolte fondi emergenziali allora è il caso che il paese si doti, per il bene di tutti, di poche ma significative regole.

6 possibili regole

1Una raccolta fondi emergenziale è efficiente se quanto speso per organizzarla è nettamente inferiore a quanto si raccoglie (diciamo entro il 10-15%). Moltissimi eventi, fatti bene i conti, costano tanto quanto si è raccolto, se non di più. Chi organizza e lancia pubblicamente una raccolta, convocando la gente a donare, deve garantire questa regola per rispetto dei beneficiari e dei donatori stessi. Questo vuol dire che ogni raccolta deve garantire un resoconto semplice ma chiaro su questo aspetto.

2Ogni raccolta fondi deve specificare per cosa vengono utilizzati i soldi e come è stato identificato l’obiettivo, se c’è un’analisi dei bisogni a monte, anche se semplice, o se qualcuno ha indicato con autorevolezza quali siano le necessità (ad esempio i comuni colpiti o altre istituzioni pubbliche o sociali locali).

3L’informazione ai donatori in tempo reale, ovvero i tempi dell’emergenza. Senza questa regola perderemo sempre più donatori, che non riusciranno così a maturare una piena fiducia nella raccolta fondi.

4Chi chiede soldi deve avere una dimensione organizzativa chiara, per quanto leggera possa essere: le responsabilità, i ruoli, i sistemi di controllo, il progetto di intervento e l’assetto amministrativo devono essere espliciti e resi pubblici.

5Filiera corta e interamente coperta. Intendo dire che, dai soldi raccolti agli interventi organizzati, ci deve essere il minimo spazio temporale e logistico possibile. Una raccolta fondi deve avere un legame diretto e un forte coordinamento con i soggetti che intervengono sul campo favorendo il radicamento nelle realtà territoriali beneficiarie. In altri termini, se non sei presente nelle zone del terremoto, se non sei collegato con una realtà locale organizzata, se non garantisci concretezza e tempestività all’uso dei soldi è meglio che tu non faccia una raccolta di fondi.

6Fare di tutto per applicare benefici fiscali ai donatori, che sono pur sempre contribuenti che per principio hanno già donato attraverso le tasse per gli interventi di emergenza. Questa è una responsabilità di chi fa raccolta fondi.

Ce n’è abbastanza per dire che forse ci vuole una Autorithy concreta sul fundraising, almeno in occasioni emergenziali. Questa è una delle cose che, da tempo, la Scuola di Roma Fund-Raising.it sta chiedendo al Governo e al Ministero del Welfare. Ci auguriamo che venga fatta con urgenza.

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