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Fundraising a tutta birra

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A Berlino è nata la Birra di Quartiere: Quartiermeister, oltre che il marchio della birra, è il nome di un’impresa sociale che eroga profitti, tramite un’associazione, a progetti di promozione del territorio. Chiunque può presentare i propri progetti e, forse, vederli finanziati. Dalla prospettiva del cittadino-consumatore, la birra solidale offre un grande beneficio: rispetto agli altri prodotti, permette di tutelare la propria città e il territorio circostante. Genera occupazione e attiva l’economia locale, trattenendo risorse che, nel caso peggiore, potrebbero finire a una società quotata in un lontano paradiso fiscale.

L’idea non è nuova: la birra trappista è un prodotto di raccolta fondi per le comunità cistercensi ormai tradizionale, imprese sociali che distribuiscono parte dei ricavi esistono già e lo sarebbero banche e casse di risparmio italiane con le loro fondazioni. Non è nemmeno nuova l’idea del prodotto a km 0 che si va diffondendo nella nostra cultura. L’aspetto più interessante di Quartiermeister, tuttavia, è la combinazione di aspetti diversi: l’uso di un prodotto di consumo comune come strumento di raccolta fondi, la nascita “dal basso” del progetto da parte di liberi cittadini, il forte legame territoriale, la vocazione sociale. Ma ciò che più spicca è la natura imprenditoriale “pura”, associata all’ambizione di stare sul mercato senza sconti e senza violare le regole della concorrenza e imparando la lezione del marketing sociale.

Birra si consuma anche presso la Casetta Rossa, lo spazio autogestito del quartiere popolar-chic romano della Garbatella, che vuole essere un centro culturale, uno spazio di condivisione, che ha un’osteria come impresa sociale e la cura del piccolo parco confinante come responsabilità. Il terreno e l’immobile sono stati dati in gestione dal comune a un’associazione che ha restaurato l’edificio e via via sviluppato diversi progetti culturali e di interesse comune, come il forno popolare, generando anche occupazione regolarizzata. La Casetta Rossa è da molti anni un punto di ritrovo degli abitanti del quartiere e anche punto di riferimento per quei bambini che vi festeggiano il compleanno. In questi giorni si è diffusa nel quartiere la notizia che le autorità hanno contestato lavori di restauro alla Casetta Rossa non autorizzati e intendono bloccare le attività. Questa vicenda mette in luce da un lato l’importanza che tutte le iniziative, comprese quelle dotate di valore sociale, rispettino comunque le regole. Dall’altro emerge la mancanza di regole specifiche che semplifichino i percorsi e promuovano le iniziative che creano valore per la collettività.

C’è un fiorire di esperimenti guidati dalla voglia dei cittadini di attivarsi: tornando alla Garbatella l’esperimento del Comitato di cittadini del Parco di Commodilla che oltre a curare un parco altrimenti trascurato, vuole anche finanziare un campo archeologico per valorizzare un sito abbandonato a se stesso. Questo tipo di attivazione ha un triplo valore: quello di fare da collettore di energie volontarie, quello di educare al rispetto, alla tutela e alla promozione dei beni comuni, vero tallone d’Achille nella nostra cultura, e quello di sperimentare il fundraising per iniziare portare a casa i soldi che servono.

Attivismo civico e cultura del fundraising: molti gli ostacoli

Rimangono ancora molti ostacoli e poche vie percorribili in Italia a chi si attiva per tutelare un interesse collettivo cercando di reperire il denaro necessario. Da un lato la cultura del fundraising, del dono e ancora meno dell’impresa sociale faticano a diffondersi. Dall’altro il quadro normativo ha un impianto arcaico legato a una visione improduttiva dell’iniziativa civile.

L’esperienza della Casetta Rossa fa sorgere questa domanda: si può in Italia fare fundraising o impresa sociale rispettando le regole e al tempo stesso contribuendo a sostenere il welfare? A partire, prima ancora che dai massimi sistemi, da quei beni comuni vicini all’esperienza dei cittadini e che oggi gli enti locali non riescono più a tutelare, come ad esempio le biblioteche o i parchi?

L’attuale progetto di riforma del terzo settore dovrebbe colmare alcune di queste lacune, riorganizzando e innovando soprattutto l’impianto normativo. Tuttavia, come è stato rilevato da tempo, sembra ancora assente una visione strategica che metta le potenzialità del fundraising al servizio di un welfare di comunità. Manca cioè una strategia capace di armonizzare interessi legittimi, esigenze sociali e responsabilità civica in un sistema virtuoso che non sia un puntello ma un vero pilastro di un nuovo modo di concepire lo stato del benessere e dei servizi. La riforma, sebbene per alcuni aspetti già delineata, è ancora tutta da scrivere.

Fin qui la politica non ha accolto le istanze dei fundraiser e degli innovatori sociali. Eppure è bastato un tweet bomb della campagna #fuorileliste per smuovere l’Agenzia delle Entrate che non pubblicava le liste del 5×1000, vitali per le organizzazioni nonprofit.

In che modo potranno secondo voi i fundraiser, gli innovatori sociali e i leader del Terzo settore farsi ascoltare dalla politica per intervenire in tempo utile sulla riforma?

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